Polizia di Stato, ha insegnato a sparare a 15mila allievi: va in pensione uno dei primi istruttori di tiro degli agenti

Polizia di Stato, ha insegnato a sparare a 15mila allievi: va in pensione uno dei primi istruttori di tiro degli agenti
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Martedì 17 Agosto 2021, 14:08 - Ultimo aggiornamento: 19 Agosto, 10:17

Ha addestrato a sparare più di 15 mila poliziotti: ragazzi pieni di curiosità e di voglia di imparare. Arnaldo Ramacciato, oggi ha 60 anni, è andato in pensione dopo 42 anni di attività. E' stato uno dei primi istruttori di tiro della Polizia, quando ancora il Corpo portava le stellette, e ha diretto per 35 anni la Scuola allievi agenti di Campobasso.

Certo, ne ha visti crescere tanti di poliziotti. Cosa volevano sapere prima di tutto?

«Volevano subito capire come funzionava l'arma, conoscerla. Io sono entrato nella Polizia il 15 ottobre del 1979 nel disciolto Corpo delle Guardie di Pubblica sicurezza. L’Italia stava vivendo un periodo difficile, sconvolto dal terrorismo e da gravi lutti. Appartenere alle Forze dell’ordine, in quel periodo, era il desiderio di chi aveva un forte senso dello Stato. Non tutti se la sentivano di affrontare i rischi che si correvano».
 

Come è cambiato negli anni il modo di fare il poliziotto?

«Prima si cominciava molto presto, alla maggiore età, ora i tempi si sono allungati, i concorsi durano anni e quando gli allievi arrivano alla Scuola hanno già sui trent'anni. I centri di formazione dedicati alle figure di “istruttori di tiro”, di “tecniche operative”, di “difesa personale” e, nel tempo a tantissime altre figure professionali, sono stati istituiti con l’avvento della legge di riforma 121/81, che ha smilitarizzato la Polizia di Stato e ha creato una forte specializzazione».

Lei dove ha imparato a sparare?

«Ho avuto la fortuna di partecipare al primo corso per istruttori di tiro che si è svolto presso l’”Istituto per Ispettori” di Nettuno, nel marzo del 1982. Per oltre 26 anni mi sono dedicato alla formazione di allievi Agenti, sia del ruolo “Ausiliari” che “effettivi”, per circa 80 corsi, formando oltre 15.000 poliziotti».

Istruttore di tiro a soli 20 anni, è stato forse uno dei primi e dei più giovani.

«Sì, e ho conosciuto diverse generazioni di allievi, prima nella Scuola Allievi Agenti di Trieste e dal 1986 presso la Scuola allievi Agenti di Campobasso. Mi piace pensare che sono invecchiato, ma la Polizia è rimasta giovane. Infatti, molti dei miei primi allievi erano più anziani di me. Nel tempo li ho raggiunti e superati fino ad essere un possibile “fratello maggiore”. Dopo qualche anno avrei potuto essere il loro padre e, ultimamente, con mia grande sorpresa, alcuni allievi mi hanno confidato che ero stato, in passato, l’istruttore di tiro dei loro genitori».

Come è cambiato negli anni il suo modo di insegnare?

«Le mie tecniche di insegnamento hanno dovuto adeguarsi alle generazioni che si susseguivano sui banchi delle aule. Mi accorgevo di dover seguire i tempi quando, per spiegare un concetto, usavo riferimenti a fatti o avvenimenti passati. In alcune circostanze intuivo dai loro sguardi che ignoravano quanto gli stavo raccontando e allora aggiornavo gli esempi con fatti più recenti».

Quanto le è costato lasciare la divisa e la Polizia?

«Dedicarmi alla formazione dei futuri poliziotti, dal 1982 ad oggi, mi ha regalato gratificazioni infinite. La soddisfazione di poter virtualmente accompagnare per mano un allievo digiuno di tecniche di tiro, in un percorso formativo così importante, è davvero impagabile. Dopo quasi 42 anni di servizio ho la testa piena di ricordi. Mi sono arruolato che avevo 18 anni, è normale provare nostalgia per quel periodo, Rimpiango un po' anche quella Polizia quasi pioneristica, che lottava per inseguire la riforma. E ricordo con nostalgia tutti i giovanissimi colleghi. A quell'epoca era diverso: si usciva insieme, si andava spesso al cinema ma, soprattutto, si restava per ore, in tanti pomeriggi, davanti al cosiddetto “spaccio bar”, a chiacchierare degli argomenti che interessavano i giovani di allora. E agli incontri partecipavano pure i colleghi più anziani, qualcuno si portava anche i figli».

Non è più così?

«I poliziotti di allora condividevano con i colleghi la quotidianità. Si instaurava un legame molto forte, quella che si chiamava  la “fratellanza di giubba”. Ho l’impressione che oggi non sia più così. La Polizia mi ha accolto 42 anni fa che ero un ragazzino sprovveduto e inesperto. Oltre alla realizzazione professionale, mi ha dato la possibilità di formare una famiglia, di crescere dei figli e uno di loro sta continuando a seguire il mio lavoro, è entrato a fare parte della grande famiglia. Guardando indietro so che non cambierei con nessun'altra professione il mio percorso lavorativo».

Dopo tante pistole e poligoni continuerà a esercitarsi a sparare?

«Negli anni, tutti quegli spari mi hanno procurato un po' di sordità. Fra pochi giorni svestirò per sempre l’uniforme tanto amata e rispettata. Mi mancheranno tutti, anche se continuerò a fare parte dell'Associazione dei poliziotti in pensione. Sì, certo, andrò a sparare qualche volta, ma ora potrò dedicarmi anche all'altra mia grande passione, il gioco degli scacchi».

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