Piazza Fontana, la strage infinita che ha cambiato la storia d'Italia

Domenica 8 Dicembre 2019 di Carlo Nordio
Piazza Fontana, la strage infinita che ha cambiato la storia d'Italia

Ricostruire la storia giudiziaria della strage di piazza Fontana è impresa sovrumana, e individuarne gli esecutori materiali addirittura impossibile. Quando, quel 12 dicembre 1969, nascosta dentro una borsa di pelle nera, la bomba scoppiò dentro la Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, con 17 morti e 88 feriti, le indagini si indirizzarono verso gli anarchici. La prova più rilevante fu la testimonianza di un tassista iscritto al Pci, Cornelio Rolandi, che aveva individuato nell'anarchico Pietro Valpreda il passeggero che aveva trasportato l'ordigno. Da lì, una serie incredibile di processi con i coinvolgimenti dei personaggi più disparati. Milano trasmise gli atti a Catanzaro per legittima suspicione, mentre nel Veneto si aprivano indagini nei confronti di una cellula neonazista, con l'incriminazione di Franco Freda, un avvocato che aveva acquistato a Padova la borsa dove era stata nascosta la bomba. Si ipotizzò un patto scellerato tra i fascisti ideatori dell'attentato e gli anarchici esecutori materiali. Catanzaro prima condannò, poi assolse. La Cassazione rispedì tutto a Bari, che assolse di nuovo.

IL FALLIMENTO
Nel frattempo - siamo ormai alla soglia degli Anni 90 - altre indagini avevano coinvolto altri soggetti e i nostri servizi segreti, naturalmente deviati. Vi furono altre condanne, altre assoluzioni, altri processi: alcuni sono ancora in piedi. Piazza Fontana rappresenta dunque il fallimento della nostra Giustizia, ma anche un pezzo importante della nostra storia. Ed è sotto quest'ultimo aspetto che preferiamo rievocarla. Essa costituì infatti una fine e un inizio. Fu la fine di un periodo di pace sociale e di sviluppo economico di cui la giovane Repubblica aveva goduto per oltre vent'anni. Le contestazioni studentesche del 68, gli scioperi selvaggi e talvolta intimidatori, lo spontaneismo sindacale incontrollato e anarcoide, la stessa creazione di gruppuscoli rivoluzionari erano stati sintomi di un'insofferenza verso i difetti di un regime ingessato nella sua verbosità vescovile.

Le soporifere omelie di professori come Moro, Rumor, Fanfani e altri notabili democristiani sembravano surreali a un mondo, soprattutto quello giovanile, eccitato dalle novità di Berkeley e della Sorbona. E tuttavia si pensava che, al pari delle esperienze americane e francesi, questo subbuglio ideologico sarebbe stato contenuto, pur tra periodiche dimostrazioni piazzaiole, nell'ambito di una difficile ma sostanzialmente pacifica evoluzione civile. Lo stesso criterio valeva per l'inevitabile contromossa conservatrice. Era evidente che simili mutazioni avrebbero provocato a destra resistenze e reazioni, ma anche queste si sarebbero potute estrinsecare in una radicalizzazione del conflitto politico, senza tuttavia degenerare nella lotta violenta.

L'elezione di Nixon e la plebiscitaria riconferma di De Gaulle avevano dimostrato che le maggioranze silenziose nelle democrazie potevano efficacemente farsi sentire attraverso gli strumenti elettorali. Invece l'Italia conobbe il triste primato di veder convertire una parte minima, ma attivissima, di queste opposizioni in movimenti armati. E questo fu l'inizio di un decennio di delitti che flagellarono il Paese.

Dalla bomba di Piazza Fontana l'estremismo leninista trasse la convinzione che, a quella che considerava una strage di Stato, si dovesse rispondere solo imbracciando le armi. Questo velleitario militarismo trovò vari stimoli che ne incrementarono i programmi eversivi: le lotte di liberazione dell'America Latina, le imprese guerrigliere di Mao e seguaci e, soprattutto il mito della Resistenza tradita, che portò alla costituzione delle prime cellule delle Brigate Rosse in quel terreno emiliano dove più era stato sofferta l'estromissione dei comunisti durante l'era degasperiana.
Questo ribollente connubio di ideologie fanatiche e di attivismo combattente trovò migliaia di proseliti e condusse a una spaventosa escalation.

Debuttò con gli espropri proletari, proseguì con i sequestri di persona e culminò in una serie interminabile di omicidi. Quelli di Moro e della sua scorta ne costituirono l'esempio più significativo, ma le vittime tra i politici, i magistrati, i giornalisti, gli avvocati, le forze dell'ordine , gli imprenditori ecc, furono decine. Mai, nemmeno durante la guerra civile, l'Italia aveva assistito a esecuzioni quasi giornaliere di persone diversissime per estrazione sociale e convinzioni politiche, unite soltanto, nell'ottica distorta dei terroristi, dalla funzione di strumenti del Capitale.
Per parte sua, l'estremismo fascista credette di trar profitto da questi disordini provocando stragi ed eccitando paure. Se il terrorismo rosso era contrassegnato dall'estrema accuratezza nella scelta delle vittime, evitando di colpire individui estranei agli obiettivi simbolici, quello nero era, all'opposto, indistinto e impersonale, essendo diretto a bersagli casuali per il puro scopo di sollevare il panico e provocare un intervento dittatoriale. Che questo programma trovasse adesione o addirittura stimolo tra i vertici governativi non è mai stato dimostrato ed è logicamente insostenibile, perché - a parte la sicura lealtà repubblicana dei nostri reggitori - mancavano del tutto gli strumenti operativi per una simile strategia autoritaria.

PERICOLO
Pensare che un esercito di leva, magari supportato da qualche battaglione di celerini o di carabinieri, potesse ripetere le gesta di Pinochet o dei generali greci era pura ed astratta fantasia infantile, e noi ci rifiutiamo di credere che la nostra classe dirigente democristiana fosse animata da così perverse deviazioni luciferine. Se vi furono intromissioni spurie e anomale, queste furono, molto probabilmente, originate da interessi carrieristici e personali, che costituirono un pericolo per l'incolumità pubblica ma non per la nostra democrazia. In tutto ciò, Piazza Fontana rappresenta il simbolo di un travagliato periodo che costò all'Italia lacrime e sangue. Quando agli inizi degli anni 80, dopo la crudele strage di Bologna e il rapimento del generale Dozier, entrambi gli estremismi furono duramente colpiti fino a dissolversi, l'Italia ritrovò quella via intrapresa nell'immediato dopoguerra, con nuove energie, nuova tranquillità e nuovo benessere.

MALGOVERNO
Purtroppo ne fece malgoverno, perché il cancro del terrorismo fu sostituito dalla cardiopatia della corruzione, altrettanto grave e di ancor più difficile trattamento. Quest'ultimo compito fu affidato alla magistratura che, se sulle indagini di Piazza Fontana aveva dimostrato isolati pregi e innumerevoli difetti, sulla corruzione si dimostrò efficiente ed efficace. Questo tuttavia determinò un affievolimento di autorità della politica e una sorta di devoluzione alle toghe della gestione degli interessi collettivi. Un'altra patologia di cui ancora oggi soffriamo.

 

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