Piazza Fontana, errori sul terrorismo di Stato

Giovedì 12 Dicembre 2019 di Mario Ajello
Piazza Fontana, errori sul terrorismo di Stato

Non era mai accaduto in cinquant'anni, da quando scoppiò la bomba di Piazza Fontana. Non era mai accaduto che nel giorno della terribile ricorrenza del 12 dicembre del 69 il Presidente della Repubblica andasse direttamente a Milano a parlare del significato storico e politico di quella strage, e delle sue conseguenze sulla vicenda italiana, e ad abbracciare i familiari delle vittime. Oggi a Milano ci sarà Sergio Mattarella. E prenderà la parola nell'aula consiliare di Palazzo Marino. Tra gli eventi legati al cinquantenario della bomba alla Banca nazionale dell'agricoltura - con 13 morti sul colpo che saliranno in totale a 17 e oltre 80 feriti - questo si annuncia come il più significativo.

La strage del 12 dicembre, nei decenni ha suscitato passioni fredde, sofferenze ignorate, strumentalizzazioni ideologiche, depistaggi giudiziari ma anche storico-politici - per esempio sottovalutare a dispetto delle sentenze la matrice Lotta Continua dell'omicidio Calabresi del 72 - e l'occasione del cinquantenario può essere quella dell'approdo a una sobrietà che non tutti in questi decenni hanno mantenuto. Spingendosi a insistere sulla formula semplificata e altisonante di terrorismo di Stato. Senza dimostrare né sul piano giudiziario né su quello storico-documentale che un ceto dirigente i governo o una sua parte significativa abbiano pianificato la strage di Piazza Fontana e gli altri tremendi eccidi degli anni a seguire.

Naturalmente Mattarella, che incontrerà in via riservata anche i parenti delle vittime, insisterà sul dovere di fare luce su tutto, anche sulle compromissioni e sulle ombre. E il suo sarà un discorso forte, che non entrerà comunque nel merito delle questioni giudiziarie (le sentenze hanno riconosciuto la matrice di destra della bomba ma senza giungere mai alla condanna penale dei responsabili).

Che la verità sulla strage non sia mai sbocciata per intero è un fatto assodato. Così come però anche un altro dato storico va riconosciuto con un certo orgoglio patriottico: e cioé che gli «ordinamenti liberi e democratici, per usare il lessico mattarelliano, prevalgono quando le loro fondamenta sono basate su valori di libertà e giustizia». Insomma, l'Italia non si è piegata alla violenza e gli italiani, nella lettura del Presidente, hanno saputo sconfiggere l'eversione grazie all'unità.

Le celebrazioni sono celebrazioni. Ma 50 anni dopo, grazie alla sedimentazione di certe tensioni e contrapposizioni politico-culturali, sarebbe davvero il momento della chiarezza almeno su alcuni punti cardine. Uno è questo: l'uso improprio, semplicistico e propagandistico, del concetto di strage di Stato non è stato innocuo e ha contribuito negli anni bui a creare una riposta terroristica o violenta. Perché se lo Stato è un assassino, e addirittura pianifica stragi, ne consegue che la risposta violenta è legittima. E così è stata a lungo vista dalla sinistra peggiore.

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