Pd, ressa per sostituire Letta: «Non facciamo X Factor».

E le donne: "Poche elette". Morani: "Due terzi dei parlamentari uomini. Ne parleremo al congresso"

Pd, ressa per sostituire Letta: «Non facciamo X Factor». Bonaccini: «Se è utile mi candido anch io»
di Andrea Bulleri
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Venerdì 30 Settembre 2022, 00:18 - Ultimo aggiornamento: 11:05

Maratona Nazareno. Il commento serpeggia velenoso nelle chat democrat: «Più che un congresso, pare la maratona di New York. Quarantamila che corrono, anche solo vedere l’effetto che fa. Ma pochi che, per ora, gareggiano per vincere». E anche se il numero di pretendenti alla segreteria del Pd non si avvicina ancora a quello dei partecipanti alla corsa più affollata d’Oltreoceano, tra i dem già monta l’irritazione per «l’effetto ressa». Rischio amplificato dagli annunci delle ultime ore. Come quello di Stefano Bonaccini, che pur senza rompere definitivamente gli indugi fa un passo in più verso la discesa in campo. «Mi candiderò alla segreteria se capirò che posso essere utile», dice e non dice il governatore emiliano dagli studi di Otto e Mezzo. «Abbiamo perso le elezioni perché non avevamo un profilo forte e un’identità precisa», aggiunge. Ed «è bene che il partito si apra a figure come Roberto Speranza o Elly Schlein, con cui ho un ottimo rapporto». Ma pure al M5S, con cui sarà «indispensabile» discutere. In ogni caso «non servirà il nome di Bonaccini o di un altro se prima non affrontiamo i problemi cruciali», chiarisce.

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«X FACTOR»

È il mantra di queste ore, al Nazareno. Perché il rischio, sottolinea più di un neoeletto, è che si discuta solo di «corse dei cavalli» (il copyright è di Dario Nardella) mentre «c’è un partito da rifondare». Il primo a lanciare il monito era stato il deputato romano Claudio Mancini: «Il congresso non sia una fiera delle vanità», aveva messo in guardia i colleghi. Appello rilanciato ieri da un altro esponente di peso del Pd, il sindaco di Bari Antonio Decaro. Annoverato come uno dei papabili corridori quando le assise dem si apriranno ufficialmente (secondo Bonaccini, non prima di fine anno). Il primo cittadino di Bari, però, non scioglie la riserva: «Di nomi parleremo dopo – avverte – altrimenti sembra X-Factor». Un talent-show. «Prima – invoca Decaro – cerchiamo di capire le risposte da dare al Paese». E per farlo, suggerisce, bisogna «cambiare registro». 

È quello che chiedono tutti, nel Pd. Almeno a parole. Perché nei fatti è un fiorire di (auto)candidature. Quelle ufficiali (o quasi): Paola De Micheli, 49 anni, ex ministra delle Infrastrutture del Conte II che annuncia «una segreteria di sole donne, al massimo uno o due maschietti». E poi Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, che scalda i motori. Elly Schlein, la vice di Bonaccini alla guida dell’Emilia, non ha ancora sciolto la riserva: ma è su di lei che punta l’attuale dirigenza dem. In alternativa, l’ala sinistra del partito guarda ad Andrea Orlando (che ci aveva già provato nel 2017). E, perché no, al vicesegretario Peppe Provenzano. Mentre pare sgonfiarsi l’ipotesi di una corsa contro tutti del “governatore sceriffo” Vincenzo De Luca, che pure «sarà al centro del dibattito congressuale», fa sapere chi lo conosce bene, «ma con le sue idee». 

 

IL CASO QUOTE ROSA

E mentre i nomi si rincorrono e il coro sugli «errori» dei vertici aumenta di decibel, il quasi ex segretario Enrico Letta deve maneggiare un’altra patata bollente: le quote rosa. Perché, sorpresa, il partito che ha fatto della parità di genere uno dei suoi cavalli di battaglia si ritrova con gruppi parlamentari al maschile. Le donne, tra i 108 deputati e senatori del Pd, sono meno di un terzo: una trentina. «Bisognerà che qualcuno spieghi cosa è successo», suona la carica la non rieletta Alessia Morani: «Un tema interessante per il Pd che verrà». Chiara Gribaudo, responsabile Giovani della segreteria Letta, punta il dito contro la «cultura patriarcale che sopravvive nel Pd». Mentre un’altra esclusa, Monica Cirinnà, spara a zero: «La parità si pratica, non si predica». Se maratona sarà, si preannuncia accidentata.

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