Pavia, chiede che il figlio a scuola non mangi il maiale. Ma i giudici: «No a trattamenti diversi rispetto ai compagni»

Pavia, papà musulmano chiede che il figlio non segua l'ora di religione: i giudici decidono il contrario
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Aveva chiesto ai giudici che il figlio non frequentasse l'ora di religione a scuola e che a mensa potesse seguire la dieta riservata agli altri bimbi musulmani. Ma i giudici hanno stabilito il contrario. Accade a Pavia, dove il Tribunale, lo scorso 10 marzo, si è pronunciato negativamente sul ricorso presentato da Khaled Bahri, un cittadino tunisino relativo all'affido di suo figlio. Bahri, si apprende dal giornale La Luce, adetto alle pulizie e magazziniere di 42 anni, vive in Italia dal 2013. Nel 2015 l'uomo si è separato da sua moglie: da quel momento sarebbe iniziato il suo calvario e come ultimo passo la madre non avrebbe rispettato la decisione del giudice che stabilisce l'affidamento condiviso del bambino.

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Il ricorso

Bahri presenta allora un ricorso denunciando che la madre di suo figlio, negli ultimi 16 mesi, gli avesse negato il diritto di passare il week end con suo figlio, nel ricorso denuncia inoltre le decisioni riguardanti l'educazione religiosa del figlio che la madre avrebbe preso in totale autonomia contravvenendo anche alla norma che prevede il consenso di entrambi i genitori per l'iscrizione all'ora di religione. In particolare, la richiesta di Bahri è che il figlio non frequenti l'ora di religione cattolica e non mangi carne di maiale a scuola, avvalendosi della dieta riservata agli alunni musulmani.

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La sentenza

Ma nella sentenza firmata dalla presidente del Collegio Giudicante, Marina Bellegrandi si legge che «la madre, pur non essendo cattolica, ritiene che l'ora di religione costituisca un arricchimento culturale per il figlio e che sia bene che quest'ultimo possa rimanere con i compagni nelle ore in cui si svolge quell'insegnamento. Il ricorrente, invece, non vuole che il bambino partecipi all'insegnamento della religione cattolica. Il Collegio, dovendo risolvere il contrasto tra i genitori, non può che decidere avendo a mente l'interesse del bimbo e ritiene a tale riguardo che l'integrazione nell'ambiente in cui vive, necessaria per una sua crescita serena nonostante la conflittualità tra i suoi genitori, imponga di evitare ogni possibile trattamento diverso dai compagni e dunque debba consentirgli di mangiare ciò che mangiano gli altri bimbi e di partecipare alle lezioni di religione che, notoriamente, sono seguite dalla maggior parte degli alunni della scuola primaria», si legge nella sentenza.

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Che prosegue: «Del tutto ingiustificata sarebbe poi, per lui, la privazione di alimenti, che possono piacergli e che non sono dannosi per la sua salute, semplicemente per il volere di uno dei due genitori, non condiviso dall'altro genitore. Infine, a fini di completezza, il Tribunale non può fare a meno di notare che il ricorrente, il quale pretende di imporre un rigido regolamento alimentare al figlio, ha personalmente trasgredito i precetti dell'Islam, assumendo alcool».

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La scelta dei giudici

Pertanto il Tribunale ha disposto che «il minore segua a scuola un'alimentazione priva di restrizioni; e che il minore sia iscritto all'ora di religione a scuola». Nonostante il figlio di Bahri non sia stato battezzato, ma è stato circonciso, e i genitori gli hanno dato un nome della tradizione islamica, e fino a quando ha vissuto con entrambi i genitori il problema non si è mai posto ma ora, racconta Bahri «la madre ha deciso in totale autonomia, come se io non esistessi», denuncia l'uomo.

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«Ha addirittura falsificato il modulo per la scelta dell'opzione religiosa a scuola - prosegue il padre del bambino - e sull'alimentazione ha fatto lo stesso, sono venuto a saperlo dalla scuola, non mangiando il maiale non offende mica la cultura di sua madre, invece per me è una cosa molto importante, questo i giudici dovrebbero considerarlo». Secondo Bahri la scelta della sua ex moglie è legata a una ripicca personale nei suoi confronti e non ad un reale interesse verso la questione religiosa: «La madre non è nemmeno cattolica, è cristiana ortodossa e non aveva mai manifestato la volontà di educare nostro figlio religiosamente».

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Il commento

L'uomo ha parlato poi della decisione dei giudici: «Mi sento profondamente ferito da questa sentenza, i giudici hanno trattato e me e la mia fede come se non avessimo nessuna importanza, la fede del padre di un bambino vale meno del fatto che tutti i bambini mangiano il maiale? E sull'ora di religione poi, mi hanno insegnato che questo è uno Stato laico, non uno Stato confessionale, sembra invece esista una religione di Stato a leggere la sentenza, inoltre cosa c'entra l'ora di religione con la cultura? Non si può essere culturalmente italiani senza essere cattolici? Lo ripeto per me questa sentenza è stata un pugno nello stomaco perchè io mi sono rivolto al tribunale per avere giustizia, non per essere umiliato, si sono permessi di sindacare sul mio grado di pratica religiosa, hanno insinuato che non fossi abbastanza musulmano per desiderare che mio figlio non fosse educato in contrasto con la mia fede, è una cosa inaccettabile».

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Nonostante tutto, l'uomo ha annunciato di non darsi per vinto: «Quello che sento ora è un senso di impotenza, perchè io mi sento responsabile di fronte a Dio, mio figlio è stato allontanato da me fisicamente ma ora quel che è peggio è che vogliono negare e cancellare tutto quello che sono, la mia tradizione e ciò che di me voglio trasmettergli, proprio come se io come padre non esistessi, è una profonda ingiustizia alla quale non voglio arrendermi», così Khaled Bahri.

Lunedì 22 Marzo 2021, 18:21 - Ultimo aggiornamento: 18:22
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