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Password agli eredi, basta segreti nella tomba: il tribunale autorizza una vedova ad entrare nell'account del marito

Manca una normativa univoca sulla tutela post-mortem dei dati sensibili

Password agli eredi, basta segreti nella tomba: il tribunale autorizza una vedova ad entrare nell'account del marito
di Barbara Carbone
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 6 Luglio 2022, 21:38 - Ultimo aggiornamento: 7 Luglio, 21:05

L’eredità digitale rischia di mandare in soffitta il diritto alla privacy. Solleva più di un interrogativo il provvedimento emesso pochi giorni fa dal Tribunale di Milano che ha autorizzato una donna ad entrare in possesso dei beni digitali del defunto marito, ossia account, I-Cloud e contenuti dei suoi profili social. Una sentenza che, di fatto, consegna alla moglie le chiavi d’accesso alla vita virtuale del marito che, non si può escludere, proprio lì avrebbe potuto gelosamente custodire documenti, fotografie, conversazioni private o prove inconfutabili di relazioni extraconiugali. Si tratta di una decisione che coinvolge numerosi interessi ma che rischia di minare le esigenze di tutela della privacy. 

La pubblica amministrazione e lo strano caso della firma digitale. Obbligatoria? Si, no, forse

I FATTI

Il caso riguarda una madre che, agendo nell’interesse dei figli minori, aveva chiesto al Tribunale l’autorizzazione ad ottenere da Apple, Microsoft e Meta Platform (WhatsApp) le chiavi di accesso degli account e dell’I-Cloud del marito deceduto dopo che le tre società, per ragioni di privacy, avevano negato il benestare in assenza di una autorizzazione del Tribunale. La donna, spiegava nelle motivazioni, riteneva di potervi trovare, oltre a foto e video ritraenti i bambini con il loro papà, anche eventuali pensieri e lettere di addio, nonché dichiarazioni di ultime volontà in loro favore.

Peccato però che, nella vita reale, i cellulari e gli account sono la cassetta di sicurezza di tutti i segreti e peccati, l’unico luogo apparentemente sicuro e che vorremmo restasse inaccessibile anche, e a volte in particolar modo, alla nostra metà. D’ora in avanti, se la sentenza sull’eredità digitale dovesse fare da apripista a nuove interpretazioni legislative, non ci sarebbe da star tranquilli neanche nel passaggio a miglior vita. A far luce sulla delicata questione è il difensore della donna, il matrimonialista Marco Meliti per il quale «il provvedimento ci ricorda come i dati contenuti nei nostri account possano entrare a far parte dell’eredità, al pari delle lettere o delle fotografie custodite gelosamente nei cassetti delle nostre scrivanie». Secondo Meliti «la decisione del Tribunale di Milano risponde certamente ad un interesse meritorio di tutela dei figli minori ma, allo stesso tempo, evidenzia una falla normativa nel sistema di protezione post mortem dei dati contenuti nei nostri account». 

LE NORME

La regola generale che però rende la materia suscettibile a più interpretazioni, è quella della sopravvivenza dei diritti dell’interessato in seguito alla morte, nonché quella della possibilità del loro esercizio, post mortem, da parte di determinati soggetti legittimati all’esercizio dei diritti stessi. Per cui - afferma Meliti- «non è sufficiente sottoscrivere al momento dell’apertura di un account le clausole generali di contratto per precludere agli eredi la possibilità di accedere all’archivio digitale del defunto in quanto occorre che, tale volontà, risulti in maniera inequivoca magari attraverso l’approvazione espressa di un’apposita clausola». 

Certo è che la complessità del mondo digitale e la mancanza di norme stringenti, espone al rischio di entrare in contatto con questioni e situazioni il cui segreto, ciascuno di noi, vorrebbe portare nella tomba. È evidente come, una volta ottenute le chiavi di accesso di un account, si entri inevitabilmente a contatto in maniera indiscriminata con tutto quanto custodito, ivi inclusa la corrispondenza o le immagini scambiate tra il defunto e terze persone, magari estranee ai rapporti affettivi e familiari. Resta il fatto che, in un quadro giuridico incerto, il caos virtuale rischia di travolgere anche i diritti fondamentali. Nell’era digitale servirebbero regole chiare e non suscettibili di interpretazione che chiariscano se l’identità digitale muoia con il defunto o sia invece ereditabile. Questo consentirebbe di ricostruire la memoria del caro estinto con quello che lui, in vita, ha deciso di lasciare in eredità e permetterebbe al de cuius di portare con sé i suoi piccoli o inconfessabili segreti.
 

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