Omicidio di Villa Litta, la procura si arrende: «L'inchiesta va archiviata»

Domenica 10 Febbraio 2019
MILANO Era il 23 novembre di due anni fa. Come ogni mattina Marinella Negri, 67 anni, esce prima delle sette per portare a spasso il cane nel parco di Villa Litta, nel quartiere Affori di Milano. Ma quel giorno non torna più a casa, qualcuno la uccide: viene aggredita di spalle, ha un punteruolo alla gola, forse un movimento improvviso della donna e la lama le recide la carotide. Un atroce delitto che resta senza un colpevole, perché la pm Donata Costa ha chiesto che il caso venga archiviato. Nessun elemento utile, nessuna traccia che non finisse in un vicolo cieco in due anni di indagini senza interruzioni. Ciò che fu trovato all’epoca, nell’immediatezza del delitto, ovvero una traccia di dna vicino al collo della signora, se in un primo momento era parsa una svolta, nei mesi successivi si è dimostrata una pista sbagliata.
«C’È UN BALORDO ANCORA IN GIRO»
I figli di Marinella sono amareggiati per questo triste epilogo, non solo la madre è morta, ma il colpevole resta impunito. E denunciano il mancato controllo del «corretto funzionamento» delle telecamere di sorveglianza, cosa che non ha consentito di «dare un volto nitido dell’assassino». Valentina, Luca e Andrea Manfredi in una lettera esprimono «il loro punto di vista riguardo a questo anno e mezzo di indagini culminate nel nulla» e puntano il dito contro il «sistema di videosorveglianza della città». Sarebbe «il minimo», dicono, verificare «puntualmente il corretto funzionamento». Non è stato così nel caso di Marinella Negri, dato che la mattina del delitto gli obiettivi delle telecamere installate vicino all’area in cui è stato trovato il suo corpo senza vita puntavano «verso gli uccelli, sui tetti». Dunque gli inquirenti hanno in mano un video in cui sono registrati «un minuto e cinque secondi, qualche inquadratura frontale, tre secondi da dietro, qualche secondo nel buio, cinque o sei secondi nel parco, una corsetta in via Assietta». Questo «insieme a qualche molecola di dna», proseguono nella lettera, e a «un’immagine sfuocata che nemmeno i tecnologici programmi di Csi riuscirebbero a migliorare». I tre figli della signora Negri tengono a rimarcare che, quel giorno di autunno di due anni fa, gli obiettivi delle telecamere «a un metro da dove giaceva nostra madre, puntavano dritto verso gli uccelli, sui tetti di Villa Litta. Giustamente i tecnici, prontamente chiamati, il giorno seguente erano già al lavoro per ricalibrarli». Se è pur vero che «non c’è legge che impone al Comune di porre telecamere di sorveglianza - scrivono ancora - è anche vero che chi aveva in carico il servizio da offrire al cittadino doveva, quantomeno, controllarle e verificarne il corretto funzionamento». Qualcuno «ha responsabilità» in merito all’archiviazione dell’inchiesta e «c’è un balordo ancora in giro, chissà dove, che potrebbe rovinare altre vite, altri sogni, altre famiglie. Il caso rimarrà insoluto quando, magari, con più precisione, attenzione e responsabilità tutto il lavoro della polizia speciale poteva essere evitato o facilitato». L’omicidio, sottolineano, «non è imputabile al malfunzionamento delle telecamere o al loro mancato effetto deterrente, però è altrettanto sacrosanto che potevano dare un volto nitido dell’assassino».
LA PROVA DEL DNA
L’unico indagato, un ucraino di trent’anni, è stato scagionato mesi fa. I sospetti degli investigatori si sono concentrati sul giovane dell’est per via di una fonte confidenziale che era convinta di averlo visto da un compro oro mentre vendeva la catenina di Marilena. Non solo. L’ucraino era clandestino, ospite della sorella - con regolare permesso di soggiorno - che abitava ad Affori e spesso stazionava a villa Litta, dove lo hanno visto in tanti. Anche il giorno dell’omicidio è stato notato girare al parco e l’uomo era somigliante all’identikit del killer tracciato dagli investigatori. Tutto ciò ha portato gli inquirenti a concentrarsi su di lui. È stato pedinato e intercettato, senza risultati. Alla fine la prova regina, quella del dna, ha dato esito negativo. E la catenina cercata nei negozi, è stata trovata dai figli della signora Negri in un cassetto della camera da letto.
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