Ospedali, la lotta degli anestesisti: «Il 50% dei No vax nega anche il virus e rifiuta le cure»

La lotta degli anestesisti contro i No vax: «Il 50% nega il virus (oltre al vaccino) e rifiuta le cure»
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Lunedì 3 Gennaio 2022, 19:25 - Ultimo aggiornamento: 4 Gennaio, 15:00

È cambiato, rispetto a un anno fa, il tipo di paziente ricoverato nelle terapie intensive. «Sette su dieci sono no vax, di questi circa la metà sono anche negazionisti, quindi non negano solo il vaccino ma l'esistenza stessa del Covid e l'utilità delle cure. Arrivano in ospedale in condizioni gravissime, dopo settimane senza cure o con pseudo cure. E spesso rifiutano procedure salvavita. Di conseguenza, la sopravvivenza di pazienti Covid che arrivano in terapia intensiva sta diminuendo rispetto a mesi fa».

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Il fenomeno del burnout

A dipingere il quadro è il presidente della Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione Terapia Intensiva (Siaarti), Antonino Giarratano, che denuncia la situazione sempre più difficile in cui si trovano i rianimatori, alle prese con una nuova forma di burnout o grave stress psicologico legato al lavoro. Insieme al rapido incremento dei casi e all'aumento dei ricoveri di non vaccinati, denuncia un documento dal titolo «Pandemia e rifiuto dei trattamenti di supporto vitale» pubblicato sul portale della Siaarti, si registra anche quello di pazienti con forme severe di Covid-19 che rifiutano di sottoporsi a terapie giudicate utili e appropriate dai curanti. «Non era mai capitato prima - prosegue Giarratano, direttore del Dipartimento Emergenza e Urgenza del Policlinico universitario di Palermo - di ricoverare soggetti che, sapendo che stavano andando in arresto cardiaco, rifiutassero ventilazione meccanica, emodialisi o circolazione extracorporea. Ora, in alcuni casi, rifiutano persino la flebo con gli zuccheri o l'ossigeno per via nasale, perché 'non sanno cosa ci sia dentrò».

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In Italia non si possono imporre trattamenti sanitari e la deontologia professionale e l'etica impongono lo «sforzo di spiegare e motivare per tempo in modo chiaro, veritiero e documentato», ma anche «con ragionevole insistenza», l'utilità dell'impiego di trattamenti di supporto vitale. Non sempre è possibile. «Quando hai pochi minuti per intubare o ventilare un paziente che ha un quadro complicato - aggiunge Giarratano - spesso devi scegliere tra sottoporgli il consenso informato o salvargli la vita». Tuttavia, precisa il documento, «per quanto le circostanze possano essere difficili e faticose, al rifiuto ripetuto e ostinato del paziente non deve far seguito il suo abbandono. Deve piuttosto essergli sempre garantito un adeguato livello di cure e, qualora necessario, la loro rimodulazione in chiave palliativa».

 

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E anche laddove gli anestesisti si trovino ad avere a che fare con 'negazionistì o 'no-vax', «non devono mai venir meno un atteggiamento rispettoso e 'non giudicantè, pur se questo rappresenta 'un aspetto gravoso e doloroso». L'altro lato della medaglia è un nuovo tipo di burnout che si diffonde tra gli anestesisti rianimatori italiani. Alla già nota usura professionale, frutto del pesante sovraccarico da lavoro dopo due anni di pandemia, conclude Giarratano, «si è aggiunta un'usura psicologica legata alla negazione della correttezza del proprio ruolo e della propria competenza, spesso anche con minacce anche di azioni legali».

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