Migranti, scafisti in viaggio tra Tunisia e Sicilia: 18 arresti, viaggi da 70mila euro. Le intercettazioni: «Se avaria buttateli in mare»

È il quadro drammatico che emergerebbe dall'operazione "Mare aperto" condotta dalla Polizia di Stato

Migranti come "pacchi", i viaggi degli scafisti tra Sicilia e Tunisia: 18 arresti. Le intercettazioni: «Pronti a buttarli in mare se necessario»
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Giovedì 17 Novembre 2022, 08:27 - Ultimo aggiornamento: 15:50

Migranti come pacchi, di cui disfarsi nel caso in cui qualcosa andasse storto. È il quadro drammatico che emergerebbe dall'operazione "Mare aperto" condotta dalla Polizia di Stato di Caltanissetta, che ha consentito di smantellare un'associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Dei 18 destinatari delle misure cautelari disposte dal gip, 12 sono stati catturati, mentre 6 sono tuttora irreperibili poiché probabilmente all'estero. Il gruppo criminale avrebbe organizzato i viaggi sull'asse Tunisia-Sicilia.

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Il carico di migranti in Tunisia

 

In particolare, le imbarcazioni degli scafisti sarebbero partite dal porto di Gela o dalle coste dell'Agrigentino per raggiungere la Tunisia e far immediato rientro con il "carico" di migranti. Le complesse fasi dell'organizzazione del traffico di migranti sono state oggetto di attività di intercettazioni telefoniche disposte dall'autorità giudiziaria. «L'attività ha permesso di far emergere la determinazione, da parte degli scafisti, di sbarazzarsi dei migranti in alto mare qualora necessario o in caso di avaria dei motori», spiegano gli investigatori della Polizia. Le indagini, coordinate Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta e condotte dagli investigatori della Squadra mobile di Caltanissetta diretta dal vicequestore aggiunto Antonino Ciavola, sono scattate il 21 febbraio 2019, quando all'imbocco del porto di Gela si incagliò una barca in vetroresina di 10 metri con due motori da 200 cavalli, segnalata da un pescatore del luogo. Fu possibile così accertare che l'imbarcazione era stata rubata a Catania pochi giorni prima e che erano sbarcate decine di persone presumibilmente di origini nord africane. 

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Il costo dei viaggi

Secondo l'accusa avrebbero trasportato dalle 10 alle 30 persone per volta, esponendole a grave pericolo per la vita. Il prezzo a persona, pagato in contanti in Tunisia prima della partenza, si sarebbe aggirato tra i 3.000 e i 5.000 euro e il presunto profitto dell'organizzazione criminale, secondo stime investigative, si attesterebbe tra i 30.000 e i 70.000 euro per ogni viaggio. Le indagini della squadra mobile di Caltanissetta hanno ricostruito la presunta organizzazione di più viaggi organizzati dalla Tunisia alle coste italiane. Il 26 luglio 2020, per uno dei viaggi pianificati dagli indagati, un'imbarcazione sarebbe partita dal Porto di Licata in direzione delle coste tunisine per prelevare delle persone da condurre in Italia. Solo l'avaria di entrambi i motori non ha permesso la conclusione del viaggio e il natante è rimasto alla deriva, in «mare aperto», da qui il nome dell'operazione della polizia, e poi trovato di fronte le coste di Mazara del Vallo. Grazie alla collaborazione della Capitaneria di Porto di Porto Empedocle e del Reparto operativo aeronavale della Guardia di Finanza di Mazara del Vallo, è stato possibile individuare l'imbarcazione durante le fasi di rientro dalle coste tunisine, identificando così gli scafisti. 

L'attività gestita da una coppia di tunisini

L'organizzazione sarebbe stata promossa da un uomo e una donna tunisini, già all'epoca dei fatti agli arresti domiciliari per analoghi reati, per i quali sono stati poi condannati in via definitiva. Secondo l'accusa gestivano l'attività da una casa di Niscemi. Le indagini hanno permesso individuare un altro indagato, sempre a Niscemi, che avrebbe avuto il ruolo di capo; due tunisini con base operativa a Scicli che avrebbero avuto il compito di gestire le casse dell'associazione; cinque italiani che avrebbero curato gli aspetti logistici, come l'ospitalità subito dopo lo sbarco sulle coste siciliane ed il trasferimento degli scafisti dalla stazione dei pullman alla base operativa, 4 scafisti (un italiano e 3 tunisini) e 4 tunisini che avrebbero avuto il ruolo di «connection man» con il computo, in madre patria, di raccogliere il denaro dei migranti che volevano raggiungere l'Europa. Il denaro raccolto in Tunisia sarebbe stato inviato in Italia, a Scicli (Ragusa), attraverso note agenzie internazionali, specializzate in servizi per il trasferimento di denaro, per essere successivamente versato su carte prepagate in uso ai promotori dell'associazione, i quali lo avrebbero reinvestito per aumentare i profitti dell'associazione, comprando, ad esempio, nuove imbarcazioni da utilizzare per le traversate.

La base operativa della presunta associazione per delinquere è stata individuata alla periferia di Niscemi, in una vecchia masseria, con annesso campo volo privato, il cui proprietario, un imprenditore agricolo niscemese, è tra destinatari della misura cautelare in carcere perché ritenuto tra i capi del sodalizio criminale. Nella struttura sarebbero stati ospitati anche gli scafisti provenienti dalla Tunisia e sarebbero state trasportate, con speciali autocarri, le imbarcazioni da impiegare per le traversate, che salpavano dal porto di Gela o dalle coste dell'Agrigentino per raggiungere la Tunisia e far immediato rientro con i migranti. L'uomo avrebbe anche eseguito l'assunzione fittizia di alcuni complici stranieri per legittimarne la loro permanenza o l'ingresso nel territorio italiano. Anche uno dei due promotori tunisini, che era agli arresti domiciliari, sarebbe stato impiegato come bracciante agricolo per ottenere la concessione di permessi che potessero consentirgli i margini di manovra per organizzare i viaggi. In più occasioni sarebbe stato proprio lo stesso imprenditore niscemese a recarsi in Tunisia come portavoce del promotore tunisino, prendendo accordi con complici locale per pianificare le fasi della traversata e le modalità di spartizione dei proventi, nonché per mettersi a disposizione offrendo fittizi contratti di lavoro ai migranti giunti in Italia. 

 

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