Ritrovato il relitto della nave "Principe Umberto" affondata nel 1916: morirono 1926 persone. E' il Titanic italiano

Giace a 930 metri di profondità, al largo di capo Linguetta, nelle acque albanesi del canale d’Otranto: la nave da trasporto silurata l’8 giugno 1916 che, con 1926 vittime, costituisce la più grave tragedia navale italiana di sempre.

Ritrovato il relitto della nave "Principe Umberto" affondata nel 1916: morirono 1926 persone. E' il Titanic italiano
di di Alessandro Marzo Magno
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Giovedì 16 Giugno 2022, 09:11 - Ultimo aggiornamento: 17 Giugno, 08:00

Giace a 930 metri di profondità, al largo di capo Linguetta, nelle acque albanesi del canale d’Otranto, il relitto della “Principe Umberto”, la nave da trasporto silurata l’8 giugno 1916 che, con 1926 vittime, costituisce la più grave tragedia navale italiana di sempre. La nave è stata individuata un mese fa da Guido Gay, l’ingegnere italo-svizzero che nel giugno 2012 era riuscito a localizzare nel golfo dell’Asinara il relitto della corazzata “Roma”, affondata il 9 settembre 1943 da aerei tedeschi. Pochi giorni fa la certezza: un mezzo sottomarino robotizzato ha raggiunto sul fondo quel che resta della “Principe Umberto” permettendone l’identificazione.

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I nomi dei soldati morti 


Nell’affondamento sono morti 110 marinai dell’equipaggio, nonché 52 ufficiali e 1764 soldati del 55° Reggimento fanteria “Marche”. Tra questi, 521 soldati provenienti dal trevigiano: 24 di Treviso, 20 di Oderzo, 19 di Vedelago, 15 di Paese, 11 di Montebelluna, 11 di Roncade, 11 di Spresiano, 10 di San Biagio di Callalta, 10 di Fontanelle e così via. L’elenco dei caduti trevigiani, in ordine alfabetico per località di origine, si apre con Raffaele Dalese, di Altivole, e si chiude con Giovanni Marchi di Zero Branco.

L’ANTEFATTO


La Brigata Marche, di cui faceva parte il 55° reggimento, era stata trasferita dal Carso all’Albania per organizzare il trasferimento in Italia dei prigionieri asburgici giunti a Valona con le truppe serbe, e costruire trincee e opere di difesa. A metà del maggio 1916, però, l’esercito austroungarico scatena nell’altopiano di Asiago l’offensiva che prenderà il nome di “Strafexpedition”. Il comandante in capo Luigi Cadorna ordina il rientro della Brigata Marche dall’Albania perché costituisca una forza di riserva nella pianura vicentina. Nella notte tra il 7 e l’8 giugno 1916 il 55° arriva nella spiaggia di Valona, l’imbarco comincia alle otto del mattino dalle banchine del porto. Il piroscafo “Principe Umberto” era entrato in servizio nel 1908 e prima della guerra faceva servizio tra Genova e il Sud America. Quel giorno imbarca l’intero comando del reggimento, con il colonnello Ernesto Piano, e alcune compagnie. Sulla tolda della nave si trova il genovese Giuseppe Sartorio. Altri reparti del 55° si imbarcano nel piroscafo “Ravenna”. Poco prima della partenza il comandante navale, l’ammiraglio Enrico Millo, compie un’ispezione a bordo della torpediniera “Alcione”: il canale d’Otranto, infatti, è piuttosto pericoloso, le navi dell’Intesa lo bloccano e i sommergibili austroungarici, con base nelle non lontane Bocche di Cattaro, lo pattugliano in cerca di preda. Comunque quel pomeriggio è tutto tranquillo e verso le 19 il convoglio navale salpa gli ormeggi: in tutto nove unità, tra navi militari e navi da trasporto. La meta sono i porti di Brindisi e Taranto. 

 

IL DESTINO


Qualche volta, però, è il destino a decidere: in quelle stesse ore il sommergibile austroungarico U5, al comando del tenente di vascello Friedrich Schlosser, originario della Boemia, stava rientrando alla base di Cattaro dopo una giornata di pattuglia. Il comandante austriaco non sapeva nulla del convoglio in partenza da Valona, ma quando per caso ci si imbatte, decide di entrare in azione: sceglie il bersaglio e lancia due siluri. Uno va a vuoto e l’altro colpisce, provocando l’esplosione delle caldaie del piroscafo. La tragedia, come detto, è immane: a fronte di 1926 morti si contano soltanto 895 sopravvissuti. Per giorni e giorni il mare restituisce alla spiaggia di Valona corpi straziati e irriconoscibili di marinai e fanti italiani che vengono sepolti senza nome ai bordi della strada che da Valona sale verso Kanina. I superstiti, e tra questi numerosi feriti, vengono soccorsi dal piroscafo “Vittorio Emanuele” e il 12 giugno raggiungono Taranto. Non viene però loro permesso di andare in licenza per salutare i propri cari. Fin qui i fatti del 1916. 


LA PASSIONE
Guido Gay è un piemontese di Pinerolo, laureato in ingegneria al Politecnico di Milano, da più di trent’anni residente in Svizzera, si costruisce da sé sia il catamarano con cui naviga, sia i robot sottomarini con i quali esplora gli abissi in cerca di relitti. Come detto, il “colpaccio” è stato il ritrovamento del “Roma”, fatto che gli ha conferito notorietà e credibilità, ma non è quello l’unico relitto individuato. Un anno prima, nel 2011, aveva trovato a 630 metri di profondità il relitto del transatlantico britannico “Transylvania” affondato nel 1917 al largo di Finale Ligure. Il piroscafo era entrato in servizio appena tre anni prima ed era salpato da Marsiglia diretto ad Alessandria d’Egitto con 3 mila persone a bordo, tra marinai, soldati e infermiere. Colpito da due siluri lanciati da un Uboot tedesco è affondato causando 414 morti. Siccome navigava sottocosta, i pescatori di Finale e Noli erano accorsi a soccorrere i naufraghi. Per quanto riguarda il “Principe Umberto”, Gay spiega che la rotta era nota: da punta Linguetta a Santa Maria di Leuca. 

LA SCOPERTA
«Con il sonar», spiega, «abbiamo individuato la presenza del relitto già al primo passaggio, circa un mese fa. Le caratteristiche del relitto, addirittura con un fianco che sporgeva dal fondo, rilevate dal sonar ci davano la quasi certezza che si trattasse proprio di quella nave. L’identificazione visiva è stata effettuata la settimana scorsa. Siamo tornati sul posto qualche giorno dopo il rilevamento sonar, ma ci siamo scontrati con le forti correnti dal canale d’Otranto. Per due volte non siamo riusciti a far scendere in profondità il robot sottomarino, una volta ha raggiunto il fondo, ma è finito lontano dall’area dove il sonar aveva rilevato la massa metallica. Finalmente, il quarto tentativo è stato quello buono: il robot è riuscito a raggiungere il relitto e a ispezionarlo, scattando le immagini che ci hanno dato la certezza dell’identificazione». Gay ha già lasciato la zona e ora sta rientrando in Sardegna con il catamarano. Ma tornerà nel canale d’Otranto perché vuole individuare il relitto dell’incrociatore francese “Léon Gambetta”, affondato a sud di Santa Maria di Leuca il 27 aprile 1915, sempre dall’austroungarico U5, ma con il comandante precedente, ovvero Georg von Trapp. E qui si registra una storia nella storia perché Trapp era stato nominato cavaliere di Maria Teresa, massima onorificenza militare austriaca, e dopo la guerra si era stabilito a Salisburgo da dove, all’indomani dell’Anschluss, in quanto antinazista, era fuggito negli Stati Uniti d’America. Assieme a lui erano scappati la seconda moglie, Maria, e i sette figli di primo letto. Una volta giunti oltreoceano, per guadagnarsi da vivere, Maria Augusta von Trapp ha organizzato l’orchestra familiare le cui vicende sono al centro del musical di enorme successo “Tutti insieme appassionatamente”; nella versione cinematografica, il ruolo di Marisa è stato interpretato da Julie Andrews. 
 

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