Napoli, ragazzo ucciso dal carabiniere: il giallo della pistola e del terzo colpo

Domenica 1 Marzo 2020 di Leandro Del Gaudio
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Napoli, ragazzo ucciso dal carabiniere: il giallo della pistola e del terzo colpo

NAPOLI - Punti oscuri o comunque controversi di un’inchiesta iniziata poche ore dopo la morte del baby rapinatore. Quanti colpi ha esploso? E cosa lo ha spinto a premere il grilletto? Ha sparato solo verso il 15enne armato della pistola giocattolo o ha anche inseguito il complice, facendo fuoco nei suoi confronti? Stando alla ricostruzione ufficiale (riversata ieri in un comunicato stampa dell’Arma), il 15enne era armato di pistola, con il volto travisato da uno scaldacollo e dal casco integrale. Una sagoma nera nella notte napoletana, a pochi passi dal lungomare: una sagoma in sella allo scooter, che viene guidato dal suo complice. Impossibile dunque riconoscere la sua età o capire le sue intenzioni. Impossibile decifrare i suoi scatti, la sua reale strategia. 

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Eccoli dunque l’uno di fronte all’altro, i due protagonisti dell’ultimo fattaccio napoletano. Smonta dallo scooter il 15enne, che ha da poco visto «una macchina bella», come avrà modo di dire il suo complice dopo essere stato arrestato; in auto - a bordo della sua Mercedes - il carabiniere 23enne di stanza a Bologna. Uno è figlio dei vicoli dei Quartieri spagnoli, e tiene l’arma puntata per arraffare il Rolex; l’altro è un carabiniere che non ha alcuna intenzione di cedere il proprio orologio. Pochi istanti, pochi secondi, poi l’incubo. Ma sulla scena non c’è solo un oggetto prezioso da salvare, da difendere. Molto infatti dipende dalla voce, dalle minacce, dalle mosse assunte dal 15enne. E dal rumore di fondo. Un rumore metallico, quello dello scarrellamento della pistola, che deve aver allarmato il carabiniere, che impugna a sua volta l’arma di ordinanza e spara. Tre colpi, due mortali: uno al petto, l’altro tra il collo e la nuca, quasi di lato, segno della probabile torsione del corpo del 15enne nel corso della fuga. 


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Altro punto oscuro, altro punto decisamente controverso riguarda il terzo colpo: contro chi è stato esploso? Contro il 15enne che cercava di scappare, magari in un raptus di paura, o contro il complice del 15enne? Difeso dal penalista Mario Bruno, il 17enne ha spiegato di aver avuto paura, dopo aver visto il corpo dell’amico riverso a terra e dopo aver incrociato per un attimo lo sguardo del carabiniere con l’arma in mano. È un punto controverso, che potrà essere chiarito solo alla luce di testimonianze raccolte in queste ore o attraverso la visione di eventuali immagini raccolte dalle telecamere in zona.

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Ma c’è un altro particolare destinato a risultare significativo nel corso dell’inchiesta: il carabiniere dice infatti di essersi qualificato, di aver urlato «alt, sono un carabiniere», in quella manciata di istanti che hanno fatto seguito allo scarrellamento della pistola giocattolo (ma senza tappetto rosso) impugnata dal 15enne. Elementi che spingono ora la Procura a ipotizzare l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa a carico del carabiniere, in un’inchiesta che fa leva anche e soprattutto sull’autopsia. Saranno gli accertamenti irripetibili a stabilire quali sono i fori di entrata e quale traiettoria hanno seguito i proiettili.

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Sono i punti oscuri, decisamente controversi che il procuratore Gianni Melillo e la procuratrice dei minori Maria De Luzenberger hanno deciso di affidare ai carabinieri, in un clima di totale fiducia nei confronti dell’Arma. C’è stato lo scarrellamento della pistola giocattolo? Il carabiniere si è qualificato dinanzi ai rapinatori? E a chi era diretto il terzo colpo? Versioni contrastanti, dettate da momenti di confusione e di tensione, su cui ora spetta agli inquirenti fare chiarezza, alla luce di dati tecnici (l’autopsia) e di quanto potrà venire fuori dalle telecamere in zona: quelle di una notte napoletana tra rapinatori in erba e un carabiniere in licenza con il Rolex al polso.
 

Ultimo aggiornamento: 2 Marzo, 10:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA