Morti in corsia a Saronno, i giudici: «Cazzaniga è l'angelo della morte, deve tornare in cella»

Morti in corsia a Saronno, i giudici: «Cazzaniga è l'angelo della morte, deve tornare in cella»
di Claudia Guasco
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Giovedì 24 Ottobre 2019, 19:49 - Ultimo aggiornamento: 19:54

Dallo scorso 9 settembre è gli arresti domiciliari a casa dei genitori, a Cusano Milanino, monitorato da un braccialetto elettronico. Ma per il collegio del Tribunale del riesame di Milano, presieduto da Bruna Rizzardi, il dottor Leonardo Cazzaniga deve tornare in cella. L’ex aiuto primario del pronto soccorso di Saronno, processato dalla Corte d’Assise di Busto Arsizio per dodici omicidi in corsia e per quelli di tre familiari dell’amante di allora, Laura Taroni, ha tempo fino a lunedì prossimo per presentare ricorso alla Cassazione. Qualora venisse respinto, per il medico si riaprirebbero le porte del carcere.

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IL PROTOCOLLO
Accogliendo l’appello del pm, i giudici del riesame si rifanno alla sentenza con cui la Cassazione ha confermato la custodia cautelare di Cazzaniga relativamente alle accuse di falsificazione di tre cartelle cliniche e di minacce gravi ai danni di un’infermiera dell’ospedale. Per la corte è «palese l’elevata pericolosità dell’indagato e l’allarmante disinvoltura» con la quale ha approfittato del proprio ruolo. Il ritratto dipinto dai magistrati è quello di una persona la cui «capacità manipolativa e il delirio di onnipotenza, associati a una furiosa capacità minatoria e ritorsiva, rendono necessario l’intervento cautelare per evitare il pericolo di reiterazione e di inquinamento probatorio». Era il dottor Cazzaniga, passando tra i letti dei degenti, a decidere arbitrariamente chi meritava di vivere e chi invece doveva essere inserito nel suo «protocollo»: un programma che, secondo l’accusa, prevedeva la somministrazione di farmaci in dose da cavallo e sequenza ravvicinata con esito letale. In un’udienza del processo, sottolinea il riesame, Cazzaniga «confermava di essersi definito “angelo della morte”, come hanno riferito gli infermieri che hanno assistito all’applicazione del suo «protocollo». Era solito proclamare frasi roboanti del tipo: «Dispiego le mie ali di angelo della morte», «Io sono dio». A chi gli chiedeva spiegazioni, rispondeva di essere stato influenzato dalla lettura del “Paradiso perduto” di Milton.

PERSONALITA’ INQUIETANTE
Il suo delirio di onnipotenza, rimarcano i giudici, non si è attenuato nemmeno dopo il trasferimento in un’altra struttura, dato che «continuava a frequentare l’ospedale e a mantenere i contatti con il primario». Pertanto l’estromissione dall’ambiente «risulta di scarsa incidenza» considerata la «personalità inquietante» del dottore, la sua «spiccata consuetudine alla violenza e all’eliminazione delle prove a carico». Scrive la Cassazione: «La capacità di strumentalizzare la propria competenza farmacologica per provocare la morte di chi, a suo avviso, non meritava di vivere non solo al pronto soccorso ma anche all’esterno, prescinde dal rapporto di servizio e rende oltremodo concreto e attuale il pericolo di recidiva». Arginabile «solo con la misura più rigorosa, indispensabile per stroncare ogni contatto con la rete di connivenza e complicità di cui ha beneficiato impunemente per anni». E il Tribunale del riesame è dello stesso parere: il dottor Cazzaniga deve tornare in cella.

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