Vannini, appello della madre: «L'indagine riparta da zero»

Domenica 3 Febbraio 2019 di Emanuele Rossi

«Le indagini ripartano da zero, lo chiederò al ministro Bonafede». Marina Conte, madre di Marco Vannini, incontrerà il guardasigilli questo mese. «Il ministro della Giustizia mi ha chiamato invitandomi in Parlamento, colloquio che avverrà entro due settimane. Non vedo l'ora di dirgli di persona cosa penso delle attività investigative svolte sulla morte di mio figlio e cosa penso del processo in generale: uno scandalo», ribadisce la mamma della vittima. Tanti aspetti legati alle indagini su quella maledetta sera del 17 maggio 2015 non tornano ai familiari del giovane 20enne cerveterano, freddato con un colpo di pistola in casa dei genitori della sua fidanzata, a Ladispoli.

Omicidio Vannini, le telefonate al 118, il bossolo e il movente: le cose che non tornano di quella notte
 

Il primo dubbio è il luogo dello sparo. Secondo la ricostruzione degli inquirenti Marco era nudo nella vasca da bagno quando è entrato Antonio Ciontoli, padre della fidanzata e sottufficiale della Marina con un ruolo nei Servizi segreti, che ha preso la sua Beretta calibro 9 e ha premuto il grilletto. «Mio figlio non avrebbe mai permesso che Ciontoli entrasse in bagno mentre era in doccia. L'unica stanza ordinata e ripulita in modo maniacale era quella di Martina, di solito disordinata. Una coincidenza o la sua camera è stata rimessa a posto?», prosegue Marina Conte.

Nella sua testa rimbombano ancora le intercettazioni video dei carabinieri proprio su Martina, che dice al fratello e alla fidanzata Viola Giorgini: «Ho visto quando papà gli ha puntato la pistola e gli ha detto: ti sparo». Per Marina Conte una prova evidente della sua presenza sulla scena del crimine. «Non riesco a comprendere come si possa credere al fatto che Martina fosse in un altro luogo della casa, lei era a conoscenza della verità. Marco soffriva con un proiettile nel corpo che già gli aveva trapassato polmone e cuore e le sue urla si sentono benissimo nelle registrazioni telefoniche del 118», ribadisce la madre di Marco. Indagini dei carabinieri e della Procura di Civitavecchia che avrebbero fatto acqua su diversi fronti, secondo la donna.

GLI INTERROGATIVI
La decisione di non sequestrare la villetta ed il telefonino di servizio di Antonio Ciontoli, e poi la scelta di non utilizzare il luminol per scoprire le tracce di sangue ed eventualmente confrontare gli esiti con le deposizioni dei Ciontoli davanti ai giudici. «Una vergogna tutto questo, anche il fatto che non si sia mai cercata la maglietta che indossava Marco quella sera, una canottiera rossa. È stata bruciata? È stata nascosta?», interviene Valerio Vannini, padre della vittima. La Corte d'assise di Roma non ha accettato neanche la riproduzione dello sparo, invocata più di una volta da Luciano Garofano, ex comandante dei Ris di Parma e consulente dei Vannini. «Oltre ad Antonio Ciontoli, gli altri familiari presenti in casa non potevano non riconoscere il rumore prodotto da un colpo di pistola in un ambiente chiuso. Un suono equivalente all'azionamento di un martello pneumatico da 130 decibel», è la presa di posizione di Garofano. I genitori di Marco sono determinati: «Al ministro Bonafede elencheremo tutte le anomalie e pretenderemo si torni indietro nelle indagini perché è grave che il luminol non sia stato usato dai carabinieri». Poi la promessa di Marina Conte: «Se in Cassazione non dovesse essere ribaltata la vergognosa sentenza d'appello, siamo pronti a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo».
I fari sono puntati ora su Vincenzo Saveriano, procuratore generale della Corte d'assise d'appello che rappresenta l'accusa e potrà impugnare la sentenza di secondo grado che ha ridotto la pena ad Antonio Ciontoli da 14 a 5 anni, e derubricato il reato da omicidio volontario con dolo eventuale a omicidio colposo.
 

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