Mafia, blitz a Palermo: 31 arresti. Pizzo, appalti e ambulanti: tutti in fila dal boss

Per 29 è scattato il carcere e due sono finiti agli arresti domiciliari

Mafia, blitz a Palermo: 31 misure cautelari. Pizzo, appalti e ambulanti: tutti in fila dal boss
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Martedì 17 Maggio 2022, 07:13 - Ultimo aggiornamento: 15:26

Maxi operazione anti-mafia a Palermo (ma non solo). Un colpo pesante per i mandamenti di Ciaculli e Brancaccio, che comprende clan come Corso dei Mille e Roccella. La Polizia di Stato e i Carabinieri di Palermo hanno eseguito una misura cautelare nei confronti di 31 indagati accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, detenzione e produzione di stupefacenti, detenzione di armi, favoreggiamento personale ed estorsione con l'aggravante del metodo mafioso. Per 29 è scattato il carcere e due sono finiti agli arresti domiciliari. Le indagini sono state coordinate dalla Dda. L'inchiesta ha permesso di fare luce sull'organigramma delle famiglie mafiose.

Le indagini

Le misure cautelari dalla scorsa notte sono state eseguite a Palermo, Reggio Calabria, Alessandria e Genova. In particolare le indagini che hanno fatto luce sui nuovi vertici del clan di Brancaccio hanno accertato che, dopo un blitz condotto nel 2019, le famiglie mafiose hanno cercato di riorganizzarsi. Sono così stati identificati capi, gregari e «soldati,» affiliati a cosa nostra che avrebbero messo a segno decine di estorsioni, commesse a numerosissimi commercianti e imprenditori e avrebbero gestito le piazze di spaccio sparse sul territorio di Brancaccio. Parte dei soldi messi insieme da queste attività sarebbero stati utilizzati per mantenere le famiglie dei carcerati.

Nell'ordinanza vengono ricostruite e documentate 50 estorsioni ai danni di titolari di esercizi commerciali: dal piccolo ambulante abusivo fino all'operatore della grande distribuzione. Il pizzo veniva imposto a tutti gli operatori economici. L'estorsione non ha risparmiato neppure un venditore di sfincione (focaccia tipica a Palermo ndr), il quale, dopo aver trovato i lucchetti bloccati dall'attak si è rivolto ad uno degli indagati per la «messa a posto». Anche un imprenditore edile si è rivolto alla famiglia di Brancaccio per poter costruire appartamenti senza problemi. Aveva intenzione di acquistare un terreno e ancora prima, come emerge in una conversazione registrata dalla polizia, avrebbe chiesto la protezione alla famiglia mafiosa per non incorrere in furti, rapine o danneggiamenti. I sopralluoghi degli uomini del racket e la richiesta di pizzo sarebbero avvenuti anche nei cantieri in prossimità di un commissariato di polizia.

Giro d'affari da 80mila euro a settimana

Estorsioni e non solo. Per alimentare le casse di Cosa nostra e mantenere le famiglie dei detenuti i boss di Brancaccio puntavano al traffico di droga. Il maxi blitz antimafia di polizia e carabinieri, che all'alba di oggi ha portato a 31 arresti tra vertici, gregari e soldati del mandamento, ancora una volta testimonia come la droga resti «un'importante voce di arricchimento illecito». Le sei piazze di spaccio del quartiere Sperone, tutte direttamente gestite o, comunque, controllate dagli indagati, garantivano un vero e proprio tesoretto: circa 80mila euro a settimana. Nel corso delle indagini sono stati eseguiti 16 arresti in flagranza per detenzione di sostanza stupefacente e sequestrati circa 80 chili di droga tra cocaina, purissima ancora da tagliare, hashish e marijuana per un valore sul mercato di oltre 8.000.000 di euro. A garantire il rifornimento di parte della droga erano due calabresi, tra i destinatari delle misure cautelari eseguite oggi. 

Tutti in fila dal boss

«Le attività produttive della zona sono sempre oggetto di attenzione dell'articolazione mafiosa e molti esercenti, dal piccolo ambulante abusivo fino all'operatore della grande distribuzione, sono soggetti alla pretesa del pizzo quando non addirittura costretti, ab origine, a chiedere l'autorizzazione prima di avviare i lavori o ad assumere dipendenti dettati dal gruppo criminale» spiegano gli investigatori. Accade così che un imprenditore edile, intenzionato ad acquistare un terreno per costruirvi appartamenti e consapevole di doversi assoggettare alle pretese mafiose per poter realizzare le costruzioni senza incorrere in furti, rapine o danneggiamenti, abbia deciso di rivolgersi al boss per ottenerne la protezione.  Le pretese estorsive non hanno risparmiato nemmeno un venditore di sfincione (tipico prodotto della gastronomia palermitana). Dopo aver subito il danneggiamento con l'attack della saracinesca del laboratorio era stato lui stesso a presentarsi a uno degli indagati per mettersi a posto. Esattori del racket senza scrupoli e sempre più sfrontati, tanto da effettuare un "sopralluogo" anche in un cantiere edile sorto nelle immediate vicinanze del commissariato di Polizia finalizzato alla successiva eventuale richiesta estorsiva. 

Il Covid e il furto da 16mila mascherine all'ospedale

A fermare gli esattori del racket a Brancaccio non era bastato neppure il Covid. È quanto emerge dal maxi blitz antimafia eseguito da carabinieri e polizia a Palermo con 31 arresti (29 in carcere e 2 ai domiciliari). «Anche in piena emergenza epidemiologica sono stati acquisiti gravi indizi in merito al rastrellamento di denaro dalle pochissime attività rimaste aperte e con volumi di affari certamente ridotti», spiegano gli investigatori. In un caso un indagato, appartenente al bacino "Emergenza Palerm" si è impossessato di venti cartoni con 16mila mascherine Ffp3, destinate a un ospedale cittadino per poi rivenderle sul mercato nero. Gli indagati sono accusati a vario titolo di partecipazione ad associazione di tipo mafioso, detenzione e produzione di stupefacenti, detenzione di armi, favoreggiamento personale e estorsione con l'aggravante del metodo mafioso.

Così i boss facevano cassa

Le piantagioni di cannabis-sativa, da cui ricavare la droga destinata alle piazze di spaccio, e la gestione delle piattaforme di gioco per le scommesse on-line illegali, ma anche l'attività di sensaleria. A fare luce sugli affari dei boss di Ciaculli sono stati i carabinieri del nucleo Investigativo di Palermo, che hanno fatto scattare le manette ai polsi di cinque persone, ritenute direttamente legate a Giuseppe Greco e Ignazio Ingrassia, i vertici del mandamento finiti in carcere lo scorso luglio. L'attività di indagine, che si inserisce nel maxi blitz che all'alba di oggi ha portato all'arresto complessivamente di 31 indagati, ha permesso di scoprire come gli uomini di Ciaculli avessero imposto il controllo nel settore delle scommesse on-line, assicurando alle casse della famiglia cospicui introiti.  Il clan avrebbe imposto l'utilizzo di piattaforme di gioco che non avrebbero rispettato la normativa sulla prevenzione patrimoniale imposta alle attività ludiche dalle leggi italiane. Il compenso, tuttavia, sarebbe stato versato dagli esercenti, in proporzione ai guadagni ricavati, nelle casse del mandamento. I proventi delle attività illecite sarebbero stati poi reinvestiti in alcune attività commerciali. Il gruppo criminale si occupava anche dell'imposizione delle cosiddette "sensalerie" sulle compravendite di immobili ricadenti sotto l'area di influenza, commettendo vere e proprie condotte estorsive ai danni di quei cittadini che, per concludere affari immobiliari, si sono visti costretti ad accettate l'opera di mediazione degli indagati. 

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