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Lockdown, due anni fa l'annuncio che cambiò la vita degli italiani: dall'«Andrà tutto bene» a cosa ci aspetta ora

Lockdown, due anni fa l'annuncio che cambiò la vita degli italiani: dall'«Andrà tutto bene» a cosa ci aspetta ora
di Mario Ajello
7 Minuti di Lettura
Mercoledì 9 Marzo 2022, 16:11 - Ultimo aggiornamento: 10 Marzo, 10:12

Non siamo migliori di due anni fa, quando - proprio il 9 marzo 2020 - ci fu l’annuncio dell’inizio del primo lockdown. L’allora presidente del consiglio, Giuseppe Conte, informò il Paese sulla misura emergenziale di contenimento del Covid, illustrò insomma le prime due settimane di misure di tutela. E alla  mezzanotte del 10 marzo 2020, entrò in vigore la zona rossa per tutto il nostro Paese.

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L'annuncio che cambiò la vita degli italiani

La storia seguente, ancora in atto, è quella della pandemia e di due anni che hanno cambiato profondamente il nostro modo di vivere e la realtà. E appunto: non siamo diventati migliori da allora, ma abbiamo dimostrato che noi italiani il rispetto della legge lo sappiamo praticare, specie quando c’è in ballo la nostra sicurezza fisica.

 

Però due anni dopo abbiamo meno certezze - chi potrebbe escludere che magari, davanti a un’altra ondata di emergenza choc, si finirà per richiudere l’Italia? Nessuno - e ci sentiamo meno onnipotenti di prima, più fragili, e l’arrivo della guerra in Europa dopo tanta pandemia non fa che renderci ancora più spaventati. Dopo una grande paura, un’altra grande paura. Anche se il timore sanitario non è affatto sparito dalla coscienza collettiva. Tutt’altro. S’è attenuato, magari, è sovrastato dall’incubo della guerra e perfino della guerra nucleare ma il virus resta tra noi e punteggia ancora i nostri discorsi, le nostre pratiche di vita e ogni forma di convivenza. Il lockdown varato nel marzo 2020 nessuno lo dimentica.

Routine sospesa

E c’è perfino qualcuno che lo rimpiange: quella sospensione della routine che significava stare in casa per un po’ - tanto la tempesta passa presto, anche se così non è stato affatto - e si riscopre la vita familiare, si fa la pizza tutti insieme, ci si parla tra i balconi e si cantano l’inno di Mameli e si sventolano bandierine dalle finestre con su scritto «Andrà tutto bene» e insomma due anni fa al momento di rintanarci in casa credevamo che la cosa fosse breve e occasionale. Nessuno avrebbe mai immaginato che 25 mesi dopo - cioè oggi - ancora saremmo stati alle prese, sia pure non più in maniera hard, con il virus che ha fatto strage. Quel lockdown ci insegnò la pratica della Dad per i bimbi e i ragazzi in età scolastica. Significò la scoperta dello smart working e ancora in tanti faticano ad abbandonarlo o per una sindrome da attaccamento al rifugio o per pratiche motivazioni di risparmio di energie (il calvario di essere pendolari per esempio) o per ragioni si concentrazione e di conquista del tempo (lavoro con più attenzione da casa e non mi perdo in chiacchiere infruttuose e in caffè a ripetizione con i miei colleghi d’ufficio). Rappresentò un momento di ripensamento delle città: che diventarono vuote e più angoscianti ma anche più belle. 

Ripensare a tutto


Fu una fase tremenda il lockdown e insieme fu un’occasione per ripensare tutto. Fu una crisi profonda che però, al contrario delle vere grandi crisi, forse non ha portato quei cambiamenti strutturali anche a livello mentale - esempio: l’ossequio alle regole di Stato che nell’emergenza ci fu assai continua o già in generale si è perso? Oppure: sapremo finalmente riconoscere, a livello non solo politico ma anche culturale in senso ampio, che il, servizio sanitario nazionale non va tagliato ma rilanciato perché in pandemia è stato un presidio di sicurezza fondamentale? - che ci si poteva auspicare. E adesso, due anni dopo, le conversazioni pubbliche e private ancora insistono sul tema lockdown (tra ricordi del vecchio terrore ma anche amarcord meno truce del tipo: ho scoperto che amavo ancora mia moglie stando chiuso in casa con lei) e vanno sempre a finire così: oddio, speriamo che un nuovo lockdown non ci capiti mai più. Speriamo, certo. Ma l’occhio ai dati Covid molti di noi continuano a tenerlo ben aperto e aggiornato di continuo, proprio perché l’Incubo della Chiusura Totale resti nell’aria e non si faccia realtà. 

La situazione oggi

Il fatto è che, due anni dopo, il Covid non è scomparso dai radar. Anzi, ci sarà la guerra a distrarci ma la curva dei casi di contagio torna a crescere moderatamente, mentre le riaperture si avvicinano e scendono l’attenzione e la prudenza verso le misure anti-virus. Del morbo si parla meno, ma la guardia va mantenuta alta: rimangono fondamentali i vaccini e le misure di prevenzione. Nell’ultima settimana i contagi hanno fatto segnare +13% con una stima dell’Rt a 1,3, sopra la soglia epidemica. L’aumento non è drammatico, potrebbe trattarsi anche di un’oscillazione. La situazione è molto eterogenea sul territorio italiano: la ripresa è un po’ più accentuata al Centro-Sud rispetto al Nord. Il freddo degli ultimi giorni potrebbe aver giocato un ruolo, ma la causa principale è sicuramente da attribuirsi al calo di attenzione che si è registrato in queste settimane. Di fronte all’allentamento delle misure le persone hanno pensato, sbagliando, che il Covid fosse finito. Così non è. Non siamo ancora nella situazione di dover riconsiderare il programma delle riaperture e delle misure previste. Ma se il trend - dicono gli scienziati - dovesse rimanere questo per i prossimi 7-10 giorni, occorrerà ragionarci. La fine dello stato d’emergenza, fissata per il 31 marzo, rimane una certezza e al momento all’orizzonte non c’è alcun cambiamento. Ma questi due anni ci hanno dimostrato che, parlando di Covid, non c’è nulla di certo. 
L’annuncio quel 9 marzo lo diede il premier Conte. Così: «Stiamo avendo una crescita importante di delle persone in terapia intensiva e purtroppo delle persone decedute. Dunque, le nostre abitudini vanno cambiate ora. Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa, per il bene dell’Italia». Iniziava così, con quelle precise parole, il primo lockdown in Italia, e pian piano anche nel resto del mondo. La normalità quotidiana era stata spazzata via con un solo annuncio. I mesi successivi sono stati teatro di avvenimenti che si credevano fantascientifici fino a poche ore prima del discorso di Conte.

Le file


Abbiamo assistito, e spesso contribuito a formare le lunghe file davanti ai supermercati per poter fare la spesa, a causa del numero contingentato di persone alle quali era permesso l’ingresso contemporaneamente. Abbiamo visto il saccheggio dei suddetti superstore, come se Conte avesse annunciato non l’inizio di una pandemia, ma l’entrata in guerra dell’Italia, fomentando la paura degli italiani di rimanere senza cibo. È stata fatta razzia di beni non deperibili del breve periodo, e quindi di zucchero, caffè, farina e lievito. I social sono quindi stati invasi di creazioni culinarie, sia riuscite, sia fallimentari. Per non parlare della scomparsa dagli scaffali delle penne rigate, considerate incredibilmente superiori rispetto alle loro sorelle, le penne lisce. Il tutto mentre si attendevano con ansia le dirette su Facebook del premier Conte, che aveva preso il compito di tenere aggiornati i suoi connazionali sull’evolversi della situazione molto seriamente. Infatti non c’era decreto che lui non spiegava live sui social, non c’era tabella o aggiornamento dei casi che non veniva commentato dal Presidente del Consiglio. Il Dpcm diventò una sigla familiare per tutti. Una sorta di parente non voluto degli italiani. Ma anche un’ancora di salvezza: basterà il nuovo Dpcm, e la nostra obbedienza a lui, ad affievolire la violenza del contagio? 

Chiusi in casa


Ma prima di ascoltare Conte, e con le pance ancora piene di penne rigate e pizza fatta in casa, abbiamo assistito anche a veri e propri concerti comodamente restando sul balcone di casa. Infatti per le prime settimane c’era un appuntamento non esplicitato ma che tutti rispettavano, nel pomeriggio, durante il quale si aprivano le finestre e si metteva la musica. Si ballava, si cantava a squarcia gola e ci si confortava anche a una strada di distanza, ripetendo come mantra il «Ce la faremo». Ora, a distanza di due anni, ce l’abbiamo fatta? Forse, sì. Ma quanto dolore e con quante nuove incertezze e senza essere diventati né migliori né peggiori di prima.

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