Omicidio Lidia Macchi, i giudici: «È stato un amico a massacrarla»

Sabato 19 Ottobre 2019 di Claudia Guasco
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MILANO Lidia Macchi è stata uccisa da un amico, una persona che conosceva e di cui si fidava. Al punto da far salire sulla sua Panda colui che l’ha massacrata con 29 coltellate la sera del 5 dicembre 1987, dopo il «verosimilmente primo e certamente ultimo rapporto della sua breve esistenza», scrive il consigliere relatore Franca Anelli nelle motivazioni della sentenza con la quale, lo scorso 24 luglio, la prima Corte d’Assise d’appello di Milano ha assolto con formula piena per non aver commesso il fatto Stefano Binda, condannato in primo grado all’ergastolo.

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DNA E PERIZIE
Non è lui l’amico oggi cinquantaduenne, laureato in filosofia, ad aver massacrato nel bosco di Cittiglio la ventunenne che frequentava il suo stesso liceo e il gruppo di Comunione e liberazione. Ad aggredirla e ucciderla è stato in ogni caso qualcuno che le era vicino, è la convinzione tratta dai giudici all’esito di un processo che ha messo in fila perizie, testimonianze, analisi grafologici ed esami del dna. L’anatomopatologa Cristina Cattaneo ha svolto nuovi accertamenti sul corpo riesumato (trovando cinque elementi piliferi estranei a Binda), la procura generale di Milano ha mandato l’esercito a cercare, trent’anni dopo l’omicidio, l’arma del delitto nei boschi del Sass Pinì, nel varesotto. Risultato: nessuna traccia biologica dell’imputato né su Lidia né sulla lettera anonima «In morte di un’amica» spedita il giorno del funerale ai genitori, che rappresenterebbe un atto auto accusatorio, nessun coltello sospetto scovato tra le frasche. «Ci si può spingere ad affermare - anche se “sottovoce”, con maggior prudenza, senza alcuna pretenziosità, solo deducendolo dai dati temporali di consumazione dell’atto sessuale e di quello omicidiario - che, con elevata probabilità, l’autore fu un individuo facente parte o comunque gravitante nel circuito relazionale della vittima (ovviamente esteso anche a conoscenze e amicizie estranee a Cl e al gruppo scout) e non già un bruto casualmente incontrato nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio», rilevano i giudici.

VOLI PINDARICI
Quanto a Binda, «è la scienza che ha testimoniato» a suo favore, rileva la Corte. Sottolineando che «l’unica vera “testimonianza” che ha portato un utile, formidabile, ancorché incompleto brandello di verità è, paradossalmente, proprio quella della vittima. Le spoglie di Lidia Macchi, con l’aiuto indispensabile e decisivo della scienza, hanno “parlato”, riuscendo, forse, persino a elidere le conseguenze dannose delle omissioni nonché delle manchevolezze investigative e istruttorie del passato, oltre che delle, eventualmente erronee, valutazioni del presente». Per i giudici «le stentoree e tetragone conclusioni offerte dalla sentenza» di primo grado «come verità processuale raggiunta sono in realtà conclusioni assertive, prive di valida prova, non scevre di talune illogicità». La ricostruzione del delitto in base alla quale è stato arrestato e condannato Binda, «non solo non è sorretta da alcun riscontro probatorio, tanto da dover essere colmata, nei suoi vistosi voli pindarici, con ragionamenti ipotetici e dettagli non fattuali, ma - nello sforzo di adattare il profilo criminale dell’ignoto omicida con lo sconosciuto autore di “In morte di un’amica” e di far collimare entrambi con il tormentato vissuto di Stefano Binda - essa costringe ad affermare tutto e il contrario di tutto».

HA VINTO LA SCIENZA
Lo stato delle conoscenze scientifiche del 1987, sottolineano le motivazioni, «ha, purtroppo, comportato lo “spreco” dei reperti istologici impiegati in analisi infruttuose». Tuttavia «i progressi delle conoscenze scientifiche vi hanno, forse e auspicabilmente, posto rimedio». Per i giudici della Corte d’assise d’appello di «quella stessa scienza che è riuscita a dar “voce processuale” alla vittima, ad onta del tempo trascorso e degli errori compiuti per i quali non si può far altro che esprimere rammarico e fare ammenda, ha dato un aiuto decisivo e dirimente anche all’imputato Stefano Binda». A questo punto, conclude la Corte, «liberarlo da ogni accusa e da una custodia cautelare, motivata, in principalità e a trent’anni dei fatti, anche da un pericolo di interferenza e inquinamento delle prove che egli, ora è doveroso dargliene atto, non ho mai cercato di inquinare e che, una volta raccolte con la massima garanzia di genuinità, si sono dirette tutte a suo discarico, è decisione di giustizia non più procrastinabile».

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