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Leonardo Del Vecchio, Dino Dorigo il primo operaio di Luxottica: «Mi insegnò tutto, solo io gli davo del tu»

Leonardo Del Vecchio, Dino il primo operaio: «Mi insegnò tutto, solo io gli davo del tu»
di Angela Pederiva
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 29 Giugno 2022, 16:42 - Ultimo aggiornamento: 30 Giugno, 11:02

AGORDO - Luxottica conta attualmente nel mondo qualcosa come 80.000 dipendenti. Ma anche la serie più lunga comincia sempre dal punto zero: nella storia del colosso di Agordo, il Big Bang coincide con la matricola numero 1 di Dino Dorigo, il primo operaio assunto da Leonardo Del Vecchio. «Era il 1961 e io avevo 17 anni: dentro quella fabbrica ho trascorso quasi metà della mia vita», confida il pensionato oggi 78enne, sfogliando l'album dei ricordi insieme alla moglie Marcella nel salotto del loro appartamento, poco fuori dal centro del paese.

L'attestato di fedeltà: «Tra noi grande rispetto»

Alla parete è appeso l'attestato di fedeltà, in occasione del compiuto 25° anno di ininterrotta attività, conferito da Del Vecchio nel 1986. «Ma in realtà gli anni di lavoro sono stati in tutto 34, perché sono andato in pensione nel 1995». Sul tavolino davanti al divano, oltre alla copia del Gazzettino con le pagine dedicate alla scomparsa del patron di Luxottica, c'è una foto incorniciata che immortala due anziani signori mentre sorridono stringendosi la mano. «Eravamo a una delle ultime cerimonie in sede prima del Covid. Il capo mi ha detto: Te se deventà vecio. Al che io: Anca ti. E giù a ridere», racconta Dorigo, uno dei pochi autorizzati generazionalmente a dare del tu al fondatore dell'azienda. «A dire la verità, quando l'ho conosciuto ero un bocia e ne avevo un po' di soggezione. Ma a pensarci bene, era poco più che un ragazzo anche lui. Comunque fra di noi c'è sempre stato un grande rispetto dei ruoli: lui era il padrone e io ero il dipendente».

 

100 lire all'ora e straordinari a gogò

Del loro primo incontro, l'ex maglietta blu conserva un'immagine d'epoca: il piccolo laboratorio, che nel tempo verrà inglobato dal grande stabilimento, con sei Fiat parcheggiate fuori, fra cui tre inconfondibili 500. «Il mio compaesano Adorino Curti, poi diventato sindaco, mi aveva avvisato che in quella ditta appena aperta cercavano giovani volenterosi. Arrivavo da due anni di apprendista in un'officina, ma avevo bisogno di un lavoro vero, così mi ha dato in mano una carta che mi definiva un operaio qualificato. Non era proprio vero, ma vabbè, sono andato a bussare lo stesso. Ad aprirmi la porta è stato proprio Del Vecchio. Mi ha detto: Qua c'è da fare finché vuoi. Mi ha insegnato tutto lui: a fare gli stampi, a montare le aste. Di giorno fornivamo la merce alla Metalflex di Venas di Cadore, quella dei suoi soci Chechi Da Cortà e Elio e Vittorio Toscani. Ma di notte il capo rimaneva a produrre per la nostra nuova ditta. Così sono state prese la matricola numero 2 Ettore Schena e la matricola numero 3 Pietro Conedera. Lavoravamo 10 ore al giorno, compresi il sabato e la domenica mattina, con una paga di 100 lire all'ora. Gli straordinari? Anche 150 ore al mese...».

La stretta di mano tra Del Vecchio e Dorigo nel 1986

 

Le nozze: pollo e patate e gitarella a Ortisei

Dieci anni così, poi l'11 settembre 1971 è arrivato il matrimonio di Dino e Marcella. «Non eravamo certo ricchi, il pranzo del matrimonio è stato in trattoria: pollo e patate. Era un sabato, alla sera il signor Leonardo è venuto a trovarci a casa. Mi ha guardato: Anche se ti sei sposato, non è necessario che tu vada in viaggio di nozze. Alla domenica mattina noi due sposini siamo andati a Ortisei, ma al pomeriggio eravamo già di ritorno. Ecco la nostra luna di miele: al lunedì ero di nuovo in Luxottica. Del resto il presidente era fatto così: pretendeva tanto perché voleva essere il migliore, aveva l'ambizione di diventare il primo di tutti».

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Al lavoro nonostante il sisma

Su quell'ossessione per la perfezione, Dorigo conserva nella memoria un aneddoto: «La sera del 6 maggio 1976 eravamo tutti impegnati in fabbrica a preparare gli scatoloni per il Mido (la Mostra internazionale di ottica, ndr.). A un certo punto abbiamo sentito tremare tutto: come avremmo poi scoperto, era il terremoto del Friuli, al punto che anche in Veneto erano usciti tutti in strada. Ma noi no, ligi con lui a fare i pacchi, da caricare su un taxi per Milano. Diversi miei colleghi poi si sono messi in proprio e lui gli dava lavoro come terzisti. A un certo punto ci ho fatto un mezzo pensiero anch'io, la famiglia cresceva e le spese pure. Ma il capo mi ha detto: No, tu mi servi in fabbrica. Così sono rimasto fino alla pensione. Poi in Luxottica sono entrate le mie figlie: per qualche tempo Maria Grazia a MIlano, tuttora Tiziana ad Agordo. Ora che Del Vecchio è morto, so che circola un po' di preoccupazione sul futuro. Ma c'è ancora il suo braccio destro Luigi Francavilla, per cui penso che non ci saranno sconvolgimenti».

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