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Leonardo Del Vecchio, dagli occhiali alla finanza: un impero da 80 miliardi

Nella cassaforte Delfin la dote in Essilux, Covivio, Mediobanca, Generali e Unicredit

Leonardo Del Vecchio, dagli occhiali alla finanza: un impero da 80 miliardi
di Roberta Amoruso
5 Minuti di Lettura
Martedì 28 Giugno 2022, 00:01

«Guarda che casino ho combinato», pensava compiaciuto ogni volta che arrivava con il suo elicottero ad Agordo, ai piedi delle Dolomiti. Lì c’è l’anima dell’impero, la prima pietra, che Leonardo Del Vecchio non ha mai abbandonato: Luxottica, il cuore industriale custodito nella holding lussemburghese Delfin, insieme agli asset immobiliari della Covivio e alle partecipazioni nella finanza: da Mediobanca a Generali fino a Unicredit. Un gruppo che in Borsa vale ormai quasi 80 miliardi, retto da un patrimonio famigliare di circa 30 miliardi. Ci sono dentro 61 anni di passione e caccia all’innovazione. E molto di più se si pensa al quindicenne che lavorava alla Johnson negli anni Cinquanta incidendo coppe e medaglie.

LO SPIRITO
Poi il coraggio di rischiare a 26 anni («oggi non lo avrei mai fatto», ha confessato in una delle poche uinterviste rilasciate , anni di pranzi «a base di cavoli bolliti» per sognare «di fare qualcosa di mio». E ancora, dalla scelta di terzista alla svolta “in proprio” con le prime montature firmate Luxottica. Meglio «poco, ma in fretta e determinato da me», diceva. Così da 7-8 modelli di occhiali «raffazzonati a mano è partita la vera Luxottica». Tutto per «la mia paura di avere un futuro condizionato da altri». Ma quando un importatore americano gli disse che avrebbe ridotto il suo ordine, è arrivata anche la decisione: «Era ora di comprare distributori migliori». L’ultimo passo, è stata la vendita al pubblico, «la svolta chiave» che porta in casa anche Salmoiraghi & Viganò, e più recentemente Grand Vision e Vision Group, quando erano già agli atti diverse acquisizioni, compresi i marchi Ray-Ban, Persol, Sunglass Hut International, Opsm, la californiana Oakley, il Grupo Tecnol, Alain Mikli International e la piattaforma Glasses.com. Nel mirino l’Europa, ma anche gli Usa, il Sud America, la Cina. E ancora la montagna di accordi di licenza con i marchi della moda, un’altra curva cruciale: da Giorgio Armani a Chanel, da Prada a Versace, da Dolce & Gabbana a Burberry. La quotazione in Borsa negli Usa nel 1990? «Un’operazione di visibilità internazionale», dieci anni prima dello sbarco in Borsa.

Nel 2014, poi, la svolta difficile del divorzio da Andrea Guerra, troppo distratto dalla politica per gestire al meglio l’accordo con Google e l’affare Essilor, e la marcia indietro per tornare da 80enne alla guida dell’azienda, per ridare «il giusto passo» al gruppo e guidarlo verso il sacrificio obbligato, ma anche «il sogno di una vita», della fusione da 50 miliardi con i francesi di Essilor, nel 2017. Tutto per far nascere il leader globale nella progettazione, produzione e distribuzione di lenti oftalmiche, occhiali da vista e da sole. La rotta, sempre la stessa, di chi coltiva il potere, non lascia mai il campo, e lo difende anche oltre l’uomo. «Dopo di me ci sarà chi saprà gestire l’azienda», ha ripetuto più volte, ammettendo la preoccupazione più grande: «Che una crisi possa creare problemi ai miei dipendenti». Il regalo degli 80 anni, un pacchetto di azioni il suo modo di ringraziarli. La sua principale eredità è dunque un gigante dell’occhialeria da oltre 65 miliardi di capitalizzazione e un fatturato 2021 di 21,5 miliardi. Un colosso con vendite in oltre 150 Paesi, oltre 180mila dipendenti e più di 11mila brevetti in cassaforte. L’ossessione per l’innovazione passa però dalla preparazione già da tempo a competere cui social, la sfida dei prossimi anni, insieme all’entrata nel metaverso grazie alla partnership negli «smart glasses» Ray-Ban stretta con Mark Zuckerberg, il fondatore di Meta (ex Facebook). L’anno scorso Del Vecchio ha anche vinto la sua partita con i francesi imponendo Francesco Milleri alla guida. Tutto è scritto negli equilibri di governance. Sarà il tempo a scrivere il resto.

IMMOBILI E HOTEL
Agli atti rimane poi il tesoro custodito in Covivio, 5,4 miliardi di capitalizzazione, nata due anni fa, dalla fusione tra Beni Stabili e Foncière des Régions, con un portafoglio immobiliare da 26 miliardi, tra Francia, Germania e Italia. Neanche la pandemia ne ha fermato la corsa agli hotel di lusso. Con il 27% del suo braccio immobiliare, il 32% di EssilorLuxottica, il 9,9% di Generali, il 19,4% di Mediobanca, il 2% di Unicredit e la Fondazione Leonardo Del Vecchio, la dote famigliare del patron di Luxottica si avvicina a 30 miliardi. Ma Del Vecchio lascia molto di più alla storia del nostro Paese.
 

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