NAPOLI

Italiano morto in Colombia, la madre: «Aveva già i biglietti per tornare, me lo hanno ucciso»

Venerdì 17 Luglio 2020
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Italiano morto in Colombia, la madre: «Aveva già i biglietti per tornare, me lo hanno ucciso»

«È un'offesa per noi sentir dire che mio figlio si sia suicidato. Un'offesa oltre il dolore indicibile. Ce l'hanno ammazzato e noi non ci arrenderemo finché non avremo giustizia. E lo Stato deve aiutarci». Anna Motta è la madre di Carmine Mario Paciolla, trovato morto mercoledì mattina nel suo appartamento nel quartiere Villa Ferro a San Vincenzo del Caguàn in Colombia. Ha la voce rotta dal pianto la fisioterapista 63enne e vive nel quartiere del Rione Alto di Napoli insieme al marito Giuseppe ed altre due figlie. «Glielo devo - dice Mario era un ragazzo meraviglioso». Mario Carmine il 28 marzo scorso aveva compiuto 33 anni, aveva frequentato il liceo scientifico «Elio Vittorini» di Napoli e si era laureato con 110 e lode all'Orientale in Scienze Politiche e Relazioni internazionali. Era uno sportivo, salutista, aveva praticato basket e amava lo sport e la lettura. Amava il giornalismo, la politica internazionale e combatteva le ingiustizie scendendo in campo come volontario anche a Napoli. In Colombia viveva da cinque anni ma ancora prima era stato, sempre per progetti di relazioni internazionali, in Argentina, in India, in Giordania. E aveva viaggiato tanto, oltre che per lavoro anche per passione.

L'ALLARME
«Mio figlio negli ultimi mesi era strano racconta Anna agitato, mi diceva di voler tornare a Napoli perché si sentiva sporco. Che voleva lavarsi nel mare di Napoli. Già da mesi mi raccontava che c'era qualcosa che non gli piaceva in quello che faceva e in una delle ultime chiamate mi ha detto di essersi esposto troppo e di essersi messo in un guaio. Lavorava per l'Onu da due anni perché gli avevano offerto un contratto di collaborazione molto più interessante di quello precedente. Prima lavorava per la Pbe, si occupava di processi a cui partecipavano i narcotrafficanti, presenziava e controllava che non ci fossero abusi e che tutto si svolgesse secondo le normative. Per lavorare con quella organizzazione aveva dovuto fare un anno di addestramento, era un lavoro delicato ma lui era contento». Poi nel gennaio del 2019 aveva cominciato a collaborare con l'Onu e si era trasferito nel quartiere di Villa Ferro, noto per la guerriglia negli anni '90 tra le Forze armate della Colombia e il presidente Andrés Pastrana, dove è stato trovato morto. «Era un osservatore internazionale prosegue mamma Anna e per l'Onu si occupava di un progetto che prevedeva la trasformazione in un percorso di rafting di un fiume nella Foresta Amazzonica, noto per il trasporto di cocaina da parte dei narcotrafficanti. Mi aveva mandato anche un documentario».

VIAGGIO DI RITORNO
Anna quando parla del passato è più serena, ma ripensando agli ultimi mesi sprofonda nell'angoscia. «Mario doveva tornare a Napoli il 20 luglio prosegue e aveva fatto anche i biglietti insieme ad una sua collega. Il console mi ha detto che hanno trovato i due biglietti, non si è suicidato io ne sono certa. Era in pericolo, si sentiva minacciato, aveva paura ma non si è suicidato. Era una persona mite, tranquilla. Un ragazzo brillante ed educato. Nelle ultime telefonate, cosa che mi ha preoccupato molto, mi ha detto che ringraziava me e suo padre per ciò che abbiamo fatto per lui e che ci volesse bene. Mi è sembrato strano, non era una persona che si lasciava andare a slanci d'affetto. Io non so chi abbia potuto ucciderlo. So di certo che negli ultimi mesi, durante il lockdown, è stato in contatto soltanto con i rappresentanti Onu. Faremo esposto alla procura della Repubblica, la verità deve venire a galla».

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