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Italia, il calo demografico: Paese vecchio e spopolato, al Sud il crollo maggiore. Nel 2070 saremo 11 milioni in meno

Basilicata e Sardegna le più penalizzate. Al Centro giù Abruzzo, Marche e Umbria

Italia, il calo demografico: Paese vecchio e spopolato, al Sud il crollo maggiore. Le previsioni Istat
di Luca Cifoni
4 Minuti di Lettura
Domenica 14 Agosto 2022, 00:18 - Ultimo aggiornamento: 10:46

Un’Italia che non arriva a 48 milioni di residenti e quindi, rispetto ad oggi, ne avrà oltre 11 milioni in meno. Un’Italia squilibrata sul piano generazionale ma anche su quello geografico: le previsioni della popolazione elaborate a livello regionale dall’Istituto nazionale di statistica e rese note pochi giorni fa ci restituiscono un quadro frastagliato, in cui il quasi 20 per cento di riduzione della popolazione da qui al 2070 (e di oltre l’8% già vent’anni prima) è il risultato di un Mezzogiorno che per molti aspetti si desertifica, insieme ad alcune aree del Centro, e di un Nord che con qualche eccezione riesce a limitare i danni. Con l’anomalia (positiva) delle Province autonome di Bolzano e Trento che vedono addirittura un incremento dei residenti per tutto il periodo considerato.

IL NUOVO ASSETTO
Naturalmente avremo tempo per scoprire se le proiezioni saranno confermate dalla realtà, o se magari un’azione politica e sociale coesa - della quale in verità per ora si vedono poche tracce - riuscirà a modificare la traiettoria. Di certo i numeri dell’Istat si basano su ipotesi di partenza che alla fine potrebbero risultare persino generose, sia per quanto riguarda le nascite che i flussi migratori. E ancora più sicuro è che la società dovrà attrezzarsi nei prossimi anni per affrontare questo nuovo assetto: anche per valorizzare gli elementi positivi legati all’aumento della sopravvivenza nel Paese.

Sicuramente ci saranno Regioni più in difficoltà di altre. Il Mezzogiorno nel suo complesso perderà da solo oltre 6 milioni abitanti (-32%) passando dagli attuali 19,8 a 13,6 milioni, con un calo del 4 per cento già nel 2030. Se oggi Sud e isole valgono in percentuale poco più di un terzo della popolazione italiana, nel 2070, pur in presenza di una tendenza negativa generalizzata, scenderanno al 28 per cento circa. Le Regioni destinate secondo le previsioni a spopolarsi di più, sempre nell’orizzonte del prossimo cinquantennio, sono la Basilicata e la Sardegna con un’emorragia vicina al 40 per cento. Poi ci sono nell’ordine, con variazioni superiori alla media nazionale, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania, ma anche l’Abruzzo, le Marche, la Val d’Aosta, l’Umbria il Piemonte e la Liguria.

PERDITE A UNA SOLA CIFRA
I territori che contengono la perdita in una variazione di una sola cifra sono Lombardia (-7,8%) ed Emilia-Romagna (-7,2%). Come si vede, anche all’interno delle stesse macro-aree esistono situazioni differenziate: intere zone del Piemonte e della Liguria hanno situazioni non troppo differenti da quelle registrate nel Meridione. Nella fascia centrale, Abruzzo, Marche e Umbria corrono rischi del tutto simili, con “aree interne” in particolare dell’Appennino che vivono un circolo vizioso tra spopolamento e riduzione dei servizi e delle attività economiche. I fattori demografici condizionano le prospettive economiche attraverso vari canali: in molti settori mancheranno lavoratori e solo un aumento molto forte del tasso di partecipazione potrebbe in parte compensare questa tendenza.

La drastica diminuzione dei residenti è il frutto della ben nota crisi delle nascite (sulla quale nei primi mesi del 2022 non si vedono segni di inversione di tendenza) accompagnata da flussi migratori non sufficienti a compensare il saldo naturale negativo e a loro volta molto diversificati sul territorio nazionale. Sembrano appartenere ad un altro Paese le Province autonome di Trento e Bolzano, che secondo l’Istat vedranno invece aumentare la propria popolazione, grazie a politiche familiari generose innestate in società che sotto vari aspetti appaiono più coese.

CONDIZIONE PIÙ NORMALE
Parte di questo quadro sono anche numeri che di per sé sarebbero tutt’altro che negativi: quelli dell’incremento della speranza di vita (nonostante la parentesi del Covid) che però non sono controbilanciati da una sufficiente presenza di generazioni più giovani. Se oggi la popolazione di 65 anni rappresenta il 23,8 per cento di quella complessiva, intorno al 2060 la percentuale è destinata a salire verso il 35. Guardando solo a coloro che hanno 85 anni o più, l’attuale incidenza è inferiore al 4 per cento ma tra circa quarant’anni i super-anziani saranno quasi il dieci per cento degli italiani. E a quell’epoca sarà auspicabilmente una condizione molto più “normale” di quella attuale, caratterizzata da uno stato di salute meno precario e da una maggiore autosufficienza.
Di nuovo, le differenze territoriali si fanno sentire: nel 2060 i sardi con 85 anni o più supereranno la soglia del 13 per cento, mentre in Umbria toccheranno il 12 per cento. Cifre quasi sorprendenti, di cui bisognerà assolutamente tenere conto.
 

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