Giulio Regeni, almeno quattro depistaggi dei servizi egiziani sulla morte del ricercatore

Giulio Regeni, almeno quattro depistaggi dei servizi egiziani sulla morte del ricercatore
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Martedì 17 Dicembre 2019, 16:28 - Ultimo aggiornamento: 19:45

Sono almeno quattro i depistaggi degli apparati egiziani sulle vicende legate alla morte di Giulio Regeni. È quanto emerso nell'audizione in commissione parlamentare di inchiesta sull'omicidio del ricercatore friulano dove oggi sono stati ascoltati il sostituto procuratore Sergio Colaiocco e il procuratore facente funzioni di Roma Michele Prestipino.

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Un vero atto d'accusa agli apparati egiziani e in particolare alla National security, i servizi di sicurezza interna. La Procura di Roma che indaga da tre anni sul rapimento e l'omicidio di Giulio Regeni, rompe gli indugi e davanti alla neonata Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte del ricercatore italiano, trovato senza vita la mattina del 3 febbraio del 2016, denuncia i tentativi di insabbiare le indagini messi in atto da alti funzionari delle forze di sicurezza del Cairo e le torture cui è stato sottoposto Giulio per giorni, «in più fasi».

 



L'autopsia svolta in Italia ha infatti dimostrato che le sevizie sono avvenute tra il 25 gennaio e il 31 gennaio. I medici legali hanno riscontrato varie fratture e ferite compatibili con colpi sferrati con calci, pugni, bastoni e mazze. Giulio è morto, presumibilmente il 1° febbraio, per la rottura dell'osso del collo.

Il procuratore facente funzione Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco non hanno usato giri di parole: «Intorno a Regeni è stata stretta una ragnatela dalla National security - hanno detto davanti ai parlamentari - già dall'ottobre prima del rapimento e dell'omicidio. Una ragnatela in cui gli apparati si sono serviti delle persone più vicine a Giulio in quei giorni al Cairo, tra cui il suo coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Wahby, la sua amica che lo aiutava nelle traduzioni».

Regeni tradito da chi frequentava, insomma: anche da chi lo aiutava nelle sue ricerche universitarie. Secondo quanto accertato, «Noura passava le informazioni sull'attività e gli spostamenti di Giulio ad un operatore turistico che a sua volta riferiva al maggiore Magdi Sharif». Ques'ultimo nel dicembre del 2018 è finito nel registro degli indagati dell'inchiesta italiana assieme ad altre quattro persone. Vertici e funzionari dei servizi segreti egiziani accusati del sequestro di Regeni. Con lui indagati anche il generale Sabir Tareq, i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal e l'agente Mhamoud Najem. L'attività di indagine svolta da Sco e Ros ha fatto emergere almeno quattro azioni di depistaggio.

«Nell'immediatezza dei fatti sono stati fabbricati dei falsi - ha spiegato Colaiocco -. In primis l'autopsia svolta al Cairo che fa ritenere il decesso legato a traumi compatibili con un incidente stradale. Altro depistaggio è stato quello di collegare la morte di Giulio ad un movente sessuale: Regeni viene fatto ritrovare nudo».

Il pm di piazzale Clodio ha poi aggiunto che «esistono altri due rilevanti tentativi di sviare le indagini. Il primo alla vigilia della nostra trasferta del 14 marzo 2016. Due giorni prima un ingegnere parla alla tv egiziana raccontando di avere visto Regeni litigare con una persona straniera non lontano dal consolato italiano e fissa alle 17 del 24 gennaio l'evento».

Successivamente è stato accertato che il racconto del testimone «è falso e ciò è dimostrato dal traffico telefonico dell'ingegnere che lo colloca a chilometri di distanza dal nostro consolato sia dal fatto che Giulio a quell'ora stava guardando un film su internet a casa». Successivamente «il soggetto che ha messo in atto il tentativo di depistaggio ha ammesso di avere ricevuto quelle istruzioni da un ufficiale della Sicurezza nazionale». Il quarto tentativo è legato all'uccisione di cinque soggetti appartenenti ad una banda criminale morti nel corso di uno scontro a fuoco. Per gli inquirenti egiziani erano stati loro gli autori dell'omicidio. Ma non era così. Prestipino ha assicurato che la «Procura continuerà con determinazione, nonostante le evidenti difficoltà investigative, a compiere tutte le attività per acquisire elementi di prova per accertare quanto accaduto».

Il procuratore ha ricordato «la grande azione portata avanti dalla famiglia di Giulio che ha costantemente esercitato un'attività finalizzata alla ricerca della verità». Parole apprezzate da Claudio e Paola Regeni che hanno ringraziato gli inquirenti per il lavoro svolto in «questi anni in cui si è dovuto lottare contro violenze, omertà, prese in giro e tradimenti». Dal canto suo Erasmo Palazzotto, presidente della commissione d'inchiesta, ha garantito che l'organo parlamentare «non farà sconti a nessuno: andremo fino in fondo». 

Un vero atto d'accusa agli apparati egiziani e in particolare alla National security, i servizi di sicurezza interna. La Procura di Roma che indaga da tre anni sul rapimento e l'omicidio di Giulio Regeni, rompe gli indugi e davanti alla neonata Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte del ricercatore italiano, trovato senza vita la mattina del 3 febbraio del 2016, denuncia i tentativi di insabbiare le indagini messi in atto da alti funzionari delle forze di sicurezza del Cairo e le torture cui è stato sottoposto Giulio per giorni, «in più fasi». L'autopsia svolta in Italia ha infatti dimostrato che le sevizie sono avvenute tra il 25 gennaio e il 31 gennaio. I medici legali hanno riscontrato varie fratture e ferite compatibili con colpi sferrati con calci, pugni, bastoni e mazze.

Giulio è morto, presumibilmente il 1° febbraio, per la rottura dell'osso del collo. Il procuratore facente funzione Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco non hanno usato giri di parole: «intorno a Regeni è stata stretta una ragnatela dalla National security - hanno detto davanti ai parlamentari - già dall'ottobre prima del rapimento e dell'omicidio. Una ragnatela in cui gli apparati si sono serviti delle persone più vicine a Giulio in quei giorni al Cairo, tra cui il suo coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Wahby, la sua amica che lo aiutava nelle traduzioni». Regeni tradito da chi frequentava, insomma: anche da chi lo aiutava nelle sue ricerche universitarie. Secondo quanto accertato, «Noura passava le informazioni sull'attività e gli spostamenti di Giulio ad un operatore turistico che a sua volta riferiva al maggiore Magdi Sharif». Ques'ultimo nel dicembre del 2018 è finito nel registro degli indagati dell'inchiesta italiana assieme ad altre quattro persone. Vertici e funzionari dei servizi segreti egiziani accusati del sequestro di Regeni. Con lui indagati anche il generale Sabir Tareq, i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal e l'agente Mhamoud Najem. L'attività di indagine svolta da Sco e Ros ha fatto emergere almeno quattro azioni di depistaggio. «Nell'immediatezza dei fatti sono stati fabbricati dei falsi - ha spiegato Colaiocco -. In primis l'autopsia svolta al Cairo che fa ritenere il decesso legato a traumi compatibili con un incidente stradale. Altro depistaggio è stato quello di collegare la morte di Giulio ad un movente sessuale: Regeni viene fatto ritrovare nudo». Il pm di piazzale Clodio ha poi aggiunto che «esistono altri due rilevanti tentativi di sviare le indagini. Il primo alla vigilia della nostra trasferta del 14 marzo 2016. Due giorni prima un ingegnere parla alla tv egiziana raccontando di avere visto Regeni litigare con una persona straniera non lontano dal consolato italiano e fissa alle 17 del 24 gennaio l'evento».

Successivamente è stato accertato che il racconto del testimone «è falso e ciò è dimostrato dal traffico telefonico dell'ingegnere che lo colloca a chilometri di distanza dal nostro consolato sia dal fatto che Giulio a quell'ora stava guardando un film su internet a casa». Successivamente «il soggetto che ha messo in atto il tentativo di depistaggio ha ammesso di avere ricevuto quelle istruzioni da un ufficiale della Sicurezza nazionale». Il quarto tentativo è legato all'uccisione di cinque soggetti appartenenti ad una banda criminale morti nel corso di uno scontro a fuoco. Per gli inquirenti egiziani erano stati loro gli autori dell'omicidio. Ma non era così. Prestipino ha assicurato che la «Procura continuerà con determinazione, nonostante le evidenti difficoltà investigative, a compiere tutte le attività per acquisire elementi di prova per accertare quanto accaduto». Il procuratore ha ricordato «la grande azione portata avanti dalla famiglia di Giulio che ha costantemente esercitato un'attività finalizzata alla ricerca della verità». Parole apprezzate da Claudio e Paola Regeni che hanno ringraziato gli inquirenti per il lavoro svolto in «questi anni in cui si è dovuto lottare contro violenze, omertà, prese in giro e tradimenti». Dal canto suo Erasmo Palazzotto, presidente della commissione d'inchiesta, ha garantito che l'organo parlamentare «non farà sconti a nessuno: andremo fino in fondo».




 

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