Funivia Mottarone, il giudice: «Pochi indizi». Liberi direttore e gestore, Tadini ai domiciliari

Funivia Mottarone, caposervizio Tadini agli arresti domiciliari. Liberi Nerini e Perocchio
di Claudia Guasco
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Sabato 29 Maggio 2021, 23:40 - Ultimo aggiornamento: 30 Maggio, 18:08

Gabriele Tadini ai domiciliari, revoca della custodia cautelare per Luigi Nerini ed Enrico Perocchio. Escono dal carcere i tre fermati nell’inchiesta sul disastro del Mottarone, costato la vita a quattordici persone. Secondo il gip Donatella Bonci Buonamici nei confronti di Tadini, il capo servizio dell’impianto che ha ammesso di aver bloccato il freno di emergenza inserendo i forchettoni, è sufficiente la misura attenuata mentre per il gestore dell’impianto Nerini e il direttore di esercizio Perocchio non sussisterebbero quei gravi indizi di colpevolezza tali da imporre la detenzione. E tornano liberi.

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LO SCONTRO
Il giudice ha ritenuto «non sufficientemente credibili le dichiarazioni di Gabriele Tadini e di altri dipendenti», mentre ha dato credito «alle affermazioni di estraneità di Nerini e Perocchio che hanno scaricato la scelta» dell’uso dei blocchi al freno «su Tadini», spiega il capo della Procura Olimpia Bossi. «Questo non sposta niente rispetto alla nostra volontà di accertare la verità e di ricerca della prova. Abbiamo indagini programmate che continuano, manca pur sempre l’accertamento sulla fune spezzata. Non finisce qui. Io ho argomentato le mie richieste di fermo, ero convinta. Mi riservo di valutare attentamente le motivazioni e pensare a un’eventuale impugnazione». La svolta è arrivata ieri sera, dopo un confronto acceso tra la procuratrice che ha chiesto la convalida dei fermi e il gip che non li ritiene necessari. Una decisione che è il risultato degli interrogatori nei quali, dalle nove di mattina, i tre indagati si sono cannoneggiati a distanza.

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Un tutti contro tutti tra chi ha inserito le ganasce ma sostiene sia stata una responsabilità condivisa, chi nega di essere stato messo al corrente dell’inserimento dei forchettoni e che all’impianto non metteva nemmeno piede, chi afferma che la sicurezza del mezzo non è di sua competenza. Dopo anni di lavoro insieme e fiducia totale il rapporto tra Tadini, Perocchio e Nerini si sgretola nella sala colloqui del carcere di Verbania, in cui erano rinchiusi in isolamento da martedì con molto tempo per riflettere. «Porterò il peso per tutta la vita, sono distrutto perché sono morte vittime innocenti», si è sfogato Tadini con l’avvocato Marcello Perillo. Il suo è il ruolo del grande pentito dell’inchiesta. È il capo servizio dell’impianto, è al lavoro domenica mattina quando di colpo vede lo schermo della videosorveglianza spegnersi e il primo a cui telefona, alle 12.09, è Perocchio: «Enrico, ho una fune giù dalla scarpata. La vettura aveva i ceppi». Davanti al gip Tadini ribadisce: «È vero, ho agganciato io i forchettoni al freno di emergenza. Li inserivo solo quando c’era un problema alla pompa idraulica che perdeva pressione. Perché c’era il rischio che le cabine di fermassero a metà percorso e di dover calare i passeggeri a terra con i cestelli».

Ma quel giorno il cavo si rompe, evento a cui Tadini non sa dare una spiegazione: «Incredibile. Non sono un delinquente. Se avessi immaginato che poteva spezzarsi non avrei mai fatto salire le persone con il sistema di emergenza bloccato». L’accusa è arrivata alla conclusione che la scorciatoia delle ganasce fosse nota incrociando il primo interrogatori di Tadini con le testimonianze dei dipendenti della società di gestione, la Ferrovie del Mottarone. «Macché, l’ingegner Perocchio non sapeva nulla», ci sono dichiarazioni agli atti che «sconfessano e negano che Tadini abbia mai riferito di questo intervento», replica il suo avvocato Andrea Da Prato. Una in particolare: quella di Davide Marchetto, dipendente della Rvs, una delle ditte che si occupava della manutenzione.

 

SICUREZZA
E poi c’è Luigi Nerini, 56 anni, il gestore. «Smettetela di dire che risparmia sulla sicurezza - afferma il suo avvocato Pasquale Pantano - Sapeva del problema al sistema frenante ma anche che era stata chiamata per due volte la manutenzione, non è Nerini che può fermare la funivia». Per le riparazioni, sottolinea il difensore, versa un canone annuo di 150 mila euro e avrebbe avuto più interesse a bloccare ora la funivia per fare dei lavori, anziché in alta stagione. «Ma non potevo fermarla io», ha spiegato al gip, fornendo dettagli su chi «doveva occuparsi della sicurezza dei viaggiatori e chi degli affari della società». Per legge, ha precisato, «non è mio potere chiudere la funivia, sarebbe stata interruzione di pubblico esercizio. Può farlo solo chi si occupa di sicurezza». In questo caso, Tadini e Perocchio.

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