Funivia Mottarone, Tadini ammette le colpe: «Ho corso il rischio». I pm: «Udì rumori e scrisse il falso»

Funivia Mottarone, il legale di Gabriele Tadini: «Non pensava potesse succedere»
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Venerdì 28 Maggio 2021, 12:40 - Ultimo aggiornamento: 17:39

«Ho corso il rischio ma l'ultima cosa al mondo che pensavo è che si potesse rompere il cavo traente». Gabriele Tadini, responsabile del servizio della funivia del Mottarone, è pronto ad ammettere domani davanti al gip di Verbania di aver disattivato il sistema frenante con la scelta dei forchettoni per evitare il blocco della cabina. Lo  avrebbe detto in carcere in un colloquio oggi col suo legale Marcello Perillo. «È pentito», ha aggiunto il difensore preannunciando che chiederà i domiciliari. «Non ci pensava lontanamente che potesse succedere». Ha spiegato il suo legale entrando al Palazzo di Giustizia di Verbania. «Che lui sapesse delle conseguenze così gravi ho qualche dubbio», ha aggiunto il legale confermando comunque che il suo assistito ha ammesso «la questione del forchettone, ma da lì al disastro e alla rottura della fune è tutto da vedere». Il legale è pronto a nominare dei suoi consulenti tecnici.

«È molto provato e distrutto». Aggiunge Perillo dopo un incontro in carcere che ha avuto ieri. L'avvocato ha spiegato ai cronisti che tornerà ad incontrarlo nel pomeriggio. «Lui si è sempre rifugiato nella fede e mi ha detto 'sono nelle mani di Dio per tuttò».

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Pm: «Udì rumori e scrisse il falso»

Gabriele Tadini, il responsabile dell'impianto della funivia del Mottarone, annotò il falso «nel registro giornale» parlando di «esito positivo dei controlli» sul funzionamento dei freni, sia il 22 che il 23 maggio, giorno della tragedia, malgrado avesse «sentito provenire dalla cabina un rumore-suono caratteristico riconducibile alla presumibile perdita di pressione del sistema frenante della cabina che si ripeteva ogni due-tre minuti». Lo scrivono i pm nella richiesta di custodia cautelare, contestando al solo Tadini anche il reato di falso. 

Fermati per sicurezza pubblica

I tre fermati per la tragedia della funivia del Mottarone devono restare in carcere perché continuando a lavorare in questo settore potrebbero rimettere in pericolo la sicurezza pubblica e quindi reiterare il reato. Lo si evince dalla richiesta di custodia cautelare firmata dalla Procura di Verbania per Luigi Nerini, Gabriele Tadini e Enrico Perocchio. Nella richiesta di custodia in carcere per i tre la Procura richiama come esigenza cautelare il pericolo di inquinamento probatorio perché non si sono presentati subito dopo il fatto e perché potrebbero organizzarsi per concordare le dichiarazioni. Sul pericolo di fuga la Procura ripete le osservazioni già contenute nel decreto di fermo, mentre su quello di reiterazione osserva che tutti e tre potrebbero mettere ancora in pericolo la sicurezza pubblica, poiché lavorano da anni in questo ambiente e se tornassero a lavorare potrebbero ripetere condotte in spregio alla sicurezza.

«Accertare fatti in tribunale»

«I fatti si accertano nelle aule del Tribunale». Così hanno detto due collaboratori dell'avvocato Pasquale Pantano, difensore di Luigi Nerini, titolare delle Ferrovie del Mottarone, lasciando il Palazzo di Giustizia di Verbania. I due collaboratori del difensore di Nerini sono usciti dal Tribunale di Verbania dove presumibilmente sono entrati in mattinata per ritirare gli atti che hanno portato al fermo per omissione dolosa di cautele aggravata dal disastro di Nerini e del direttore di esercizio Enrico Perocchio e del responsabile dell'impianto Gabriele Tadini. Recupero di atti alla vigilia degli interrogatori fissati per domani in carcere a Verbania davanti al gip Donatella Banco Buonamici. I pm hanno chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere. «Non possiamo rilasciare dichiarazioni - hanno spiegato i legali - ha già detto tutto ieri l'avvocato Pantano, i fatti si accettano nelle aule del Tribunale». Oggi anche i legali degli altri due fermati sono 'in visità al Palazzo di Giustizia per prendere contatto coi magistrati e ritirare gli atti.

 

Aperta camera ardere per Roberta Pistolato e Angelo Vito Gasparro

È aperta dalle 9 di stamattina, nell'androne di ingresso del Comune di Triggiano (Bari) la camera ardente per Roberta Pistolato, 40 anni, e Angelo Vito Gasparro, 45 anni, la coppia deceduta nell'incidente alla funivia di Stresa Mottarone, in Piemonte. Le salme sono arrivate nella notte nella cittadina del Barese della quale le due vittime erano originarie, accompagnate dai genitori di Roberta Pistolato. La camera ardente è stata allestita su iniziativa del sindaco di Triggiano, Antonio Donatelli, che ha predisposto percorsi differenziati per entrare e uscire, nel rispetto delle norme Covid. Al momento all'interno dell'androne comunale ci sono i familiari di Angelo Vito Gasparro. Le salme, alle 15, saranno spostate nel cimitero di Triggiano dove, all'aperto, si terrà la cerimonia funebre secondo il rito dei testimoni di Geova, che a quanto si apprende sarà officiata dallo stesso ministro che ha celebrato il matrimonio della coppia nel 2012.

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Il pm: «Tadini può ancora inquinare le prove»

La Procura di Verbania, chiedendo il carcere per Gabriele Tadini, il responsabile del servizio della funivia del Mottarone, ha contestato tutte e tre le esigenze cautelari, ossia il pericolo di fuga, di inquinamento probatorio e di reiterazione del reato. Lo ha precisato il legale Marcello Perillo. È probabile che queste stesse esigenze cautelari siano contestate anche agli altri due fermati, il gestore dell'impianto Luigi Nerini, e il direttore di esercizio Enrico Perocchio. (

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