Fratelli Bianchi, le motivazioni della sentenza di condanna per l'omicidio di Willy: «Furia cieca, sapevano di poter uccidere»

Per la Corte d'Assise nel comportamento dei Bianchi nessuna prova di pentimento

Willy, le motivazioni della sentenza di condanna dei fratelli Bianchi: «Una furia cieca»
di Michela Allegri
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Venerdì 30 Settembre 2022, 17:34 - Ultimo aggiornamento: 1 Ottobre, 00:11

Una «furia cieca» e nessun pentimento. Una violenza gratuita: erano consapevoli che continuando con i calci e i pugni avrebbero potuto uccidere Willy, ma non si sono fermati. Hanno infierito anche mentre lui era a terra, immobile. Lo sapevano tutti: i quattro imputati per l’omicidio del giovane cuoco italo-capoverdiano «avevano la percezione del concreto rischio che, attraverso la loro azione, Willy potesse perdere la vita, ma hanno continuato a picchiarlo». Si legge nelle motivazioni della sentenza con cui i giudici della Corte d’Assise di Frosinone, nel luglio scorso, hanno disposto l’ergastolo per i fratelli Marco e Gabriele Bianchi, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 per Mario Pincarelli.

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L’OMICIDIO

Willy è stato ucciso la notte del 6 settembre del 2020, a Colleferro. I giudici parlano di un’azione rapidissima, iniziata con un calcio violento in pieno petto, sferrato da Gabriele Bianchi, campione di arti marziali miste: ha usato un palo come «catapulta», annota il collegio, per rendere il colpo ancora più devastante. Per lui e per il fratello la Corte ha disposto la più severa delle condanne, considerando anche il comportamento processuale: hanno continuato a «negare con pervicacia di avere pestato a morte il povero Willy», dando prova - per i magistrati - della mancanza di «alcuna revisione critica del loro operato che denoti l’inizio di un percorso di cambiamento e maturazione». Non si sono pentiti. I giudici descrivono una personalità «allarmante» e parlano di un video di Gabriele Bianchi, inoltrato a un’altra persona, in cui lui dice frasi violentissime: «Ti pio l’anima, ti tolgo la macchina».

Dall’analisi dei cellulari dei due imputati è emerso di tutto: immagini di animali in agonia, riferimenti a Scampia, foto in cui viene mimato un colpo di pistola, scatti in cui i fratelli si immortalano armati e con il volto travisato. Nella sentenza viene sottolineato anche che nessuno dei due lavorava, nonostante entrambi ostentassero «un elevato tenore di vita, evidentemente sostenuto attraverso lo spaccio e le estorsioni per le quali sono stati condannati». Ma torniamo all’aggressione di Willy. In 74 pagine di motivazioni la Corte d’Assise di Frosinone ricostruisce gli ultimi istanti di vita del giovane cuoco. 

L’AGGRESSIONE

È stato aggredito al culmine di una discussione banale, degenerata dopo l’arrivo dei fratelli di Artena. L’irruzione dei Bianchi «sulla scena di una disputa sino ad allora solo verbale, e comunque in fase di spontanea risoluzione, fungeva da detonatore di una cieca furia», scrivono i giudici. I quattro imputati, a quel punto, «si compattavano a falange ed avanzavano in modo sincrono, impattando contro il corpo del povero Willy, che si era appena intromesso per capire cosa stesse accadendo» e per cercare di difendere un amico. Proprio in quel momento il giovane era stato colpito da Gabriele Bianchi con una mossa di arti marziali vietata, perché potenzialmente letale: il calcio lo sbatteva contro un’auto in sosta.

Lui aveva provato a rialzarsi, ma «veniva respinto dapprima con un pugno del medesimo Gabriele Bianchi, mentre il fratello con un calcio neutralizzava il tentativo dell’amico di correre in aiuto di Willy». La vittima era stata poi colpita con calci e pugni «inferti da tutti e quattro gli imputati, anche mentre il ragazzo era inerme a terra». Un blitz omicida, fatale e brevissimo: è durato «pochi secondi». I magistrati sottolineano che gli imputati, tutti, erano consapevoli di poter uccidere: «Gabriele sapeva di sferrare contro il povero Willy un colpo che, in quanto vietato dalle regole delle arti marziali, era potenzialmente mortale». E tutti gli altri hanno continuato a infierire sulla vittima, non lasciandole scampo.
 

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