Anche il boss Filippone torna in carcere: il 4 giugno si decide per Zagaria, il decreto Bonafede arriva alla Consulta

Sabato 30 Maggio 2020 di Alessandra Spinelli
Uno dopo l’altro, boss e luogotenenti delle mafie italiane, finiti ai domiciliari per il pericolo di contagio da Sars-Cov2 su disposizione del Dap, stanno tornado in cella. Oggi è stata la volta di Rocco Sante Filippone, 80 anni, esponente di spicco della ‘ndrangheta, uno dei pochissimi delegati a rapportarsi con i clan siciliani negli anni della cosiddetta “Trattativa Stato-mafia” : è ritenuto il capobastone della 'ndrangheta di Melicucco ed imputato con Giuseppe Graviano - ex capo mandamento di Cosa Nostra del quartiere di Brancaccio- nel processo sulla 'ndrangheta stragista, per il duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo,assassinati nel gennaio del 1994 mentre pattugliavano l'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Con lui salgono a una decina i nomi di peso cancellati dalla lista delle scarcerazioni. E la stessa sorte a breve potrebbe toccare al boss della camorra Pasquale Zagaria: il 4 giugno il tribunale di sorveglianza di Sassari dovrà decidere se ripristinare anche per lui la detenzione in carcere- dove era sottoposto al regime del 41 bis - o confermargli i domiciliari che gli erano stati concessi per una grave patologia.
LA VICENDA

Filippone era a casa dal 10 aprile dal penitenziario di Torino per uno stato di salute precario legata a una importante cardiopatia ipertensiva (ha anche il pacemaker) e doveva tornare in carcere a Torino in ottemperanza al decreto del ministro Bonafede, che ha previsto la rivalutazione dei casi di scarcerazione legati all’emergenza Covid e all’intervento del Dap. Il boss aveva fatto però ricorso chiedendo di essere ricoverato in ospedale: la Corte d’assise di Reggio Calabria con un’ordinanza depositata ieri, ha respinto la sua richiesta ma ha disposto invece il trasferimento nel carcere di Bari per la sua «ampia offerta specialistica interna ed esterna» e per il «tasso epidemiologico più contenuto nella regione Puglia». Determinante per la decisione il fatto che secondo la Corte restano «sussistenti» le originarie esigenze cautelari per cui era stata disposta la detenzione in carcere. E in particolare rimane «il pericolo di reiterazione» dei reati contestati alla luce della loro «gravità» e della «personalità dell’imputato, già condannato per reati contro il patrimonio, detenzione illegale di stupefacenti e di armi».

L’ALTRO BOSS
Sempre oggi è tornato in carcere Salvatore Fiore, 53 anni, punto di riferimento dell’organizzazione mafiosa santapaoliana radicata nella zona di San Giovanni Galermo, è stato arrestato dalla polizia di Catania in esecuzione di un provvedimento della Procura generale perché deve scontare cinque anni e 18 mesi di reclusione per associazione per delinquere finalizzata alle estorsioni. Noto come “Turi Ciuri” era ai domiciliari su disposizione del magistrato di sorveglianza di Pescara in considerazione delle pregresse patologie non compatibili con il regime carcerario e a seguito dell’emergenza Covid-19. Ora è al carcere di Bicocca. Sono in corso nei suoi confronti ancora due procedimenti per associazione mafiosa ed estorsione, entrambi definiti con sentenza di condanna in primo grado, a 20 anni di reclusione per uno e a 5 per l’altro.

IL RICORSO
Eppure il decreto Bonafede è finito alla Consulta. È stato un giudice di sorveglianza del Tribunale di Spoleto a sollevare una questione di legittimità costituzionale. Il magistrato di sorveglianza Fabio Gianfilippi infatti ha messo nero su bianco il provvedimento con il quale dichiara «rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 2 del d.l. 10 maggio 2020, n.29, nella parte in cui prevede che proceda a rivalutazione del provvedimento di ammissione alla detenzione domiciliare o di differimento della pena per motivi connessi all’emergenza sanitaria da Covid-19». Gli atti sono così stati trasmessi alla Corte costituzionale, al premier Conte e ai presidenti delle due Camere. Il giudice nelle 19 pagine dell’ordinanza ha esposto il caso di un detenuto, condannato a 5 anni di carcere, che era finito ai domiciliari: l’uomo è stato sottoposto a un trapianto di organi «con la necessità - si legge nel provvedimento - di continuare il trattamento con immunosoppressore e immunoglobuline anti-Hbv». Ora secondo il decreto Bonafede dovrebbe tornare in carcere. Per questo il giudice, leggendo gli atti, ha deciso di sollevare una questione di legittimità costituzionale mandando gli atti alla Consulta.

GLI ALTRI CASI ECCELLENTI
Dopo il decreto il primo a tornare in carcere era stato il 13 maggio scorso Antonino Sacco, della famiglia mafiosa di Brancaccio. Dopo Francesco Bonura, fedelissimo di Bernardo Provenzano la cui scarcerazione aveva provocato un vespaio di polemiche, il giudice di sorveglianza ha rimandato in carcere anche Franco Cataldo. L’anziano boss (85 anni) per due mesi, nel 1994, aveva tenuto segregato in un casolare di campagna nelle Madonie vicino a Gangi il piccolo Giuseppe Di Matteo prima che fosse strangolato e sciolto nell’acido perché il padre Santino non si era piegato al ricatto di ritrattare le sue rivelazioni. Cataldo, condannato all’ergastolo, era ai domiciliari a Geraci Siculo (Palermo) dove è stato accompagnato al carcere dei Pagliarelli a Palermo. È tornato in carcere Antonino Sudato, 67 anni, mafioso siracusano del clan Nardo-Aparo che avrebbe partecipato alla guerra di mafia della sua zona negli anni dal ‘90 al 1994, condannato all’ergastolo. In cella anche il boss di Corleone Pietro Pollichino, 78 anni, tra i capimafia scarcerati nelle scorse settimane per motivi di salute. Condannato per associazione mafiosa, 78 anni, finirà di scontare la pena a luglio del 2021. Pollichino era ai primi posti dell’elenco predisposto dal vice capo del Dap Roberto Tartaglia. Tornato in cella anche Giosué Belgiorno, ritenuto dalla DDA il luogotenente del clan Amato Pagano, trasferito ai domiciliari a causa della pandemia e delle sue condizioni di salute. I carabinieri di Arzano, nel Napoletano, gli hanno notificato il provvedimento emesso dalla Procura Generale della Corte di Appello di Napoli con il quale se ne dispone la reclusione, per quasi due anni, di un residuo pena per il reato di associazione per delinquere di tipo camorristico. Belgiorno è stato condannato a vent’anni di reclusione per l’omicidio, nel 2011, di Antonino D’Andò, anche lui dello stesso clan, assassinato nell’ambito di una guerra fratricida in seno ai cosiddetti «scissionisti». In cella Francesco Barivelo, condannato all’ergastolo per reati di stampo mafioso e per l’omicidio dell’agente di polizia penitenziaria Carmelo Magli. Barilevo, che era detenuto nel carcere di Sulmona, aveva ottenuto lo scorso 26 marzo gli arresti domiciliari nella sua abitazione di Taranto: ora è a Lecce. Anche per Carmine Alvaro detto «u bruzzise», arrestato nel settembre del 2018 per associazione mafiosa e coinvolto dell’inchiesta «Iris, si sono riaperte le porte del carcere, stavolta quello di Palmi, per non aver rispettato le prescrizioni imposte dall’autorità giudiziaria al momento della concessione dei domiciliari.
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