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Padre e figlio annegati a Fano, mare mosso e onde: «Ecco come comportarsi in acqua»

Intervista a Raffaele Perrotta, presidente Fisa-Federazione Italiana Salvamento Acquatico

Papà e figlio annegati a Fano, il presidente dei bagnini: «Le onde sembrano divertenti, ma spesso si rischia»
di Valeria Arnaldi
3 Minuti di Lettura
Domenica 10 Luglio 2022, 12:31 - Ultimo aggiornamento: 12:47

Sono tra trecento e quattrocento gli incidenti in acqua ogni anno nel nostro Paese. Circa il 68 per cento di quelli da sommersione ha esito mortale stando all'Istituto Superiore di Sanità. Uomini e bimbi, le prime vittime. Ieri, ancora una tragedia, stavolta a Fano. E la bandiera rossa segnalava la pericolosità del mare.
Raffaele Perrotta, presidente Fisa-Federazione Italiana Salvamento Acquatico, perché la bandiera rossa non ferma i bagnanti?
«Manca la cultura del mare. Molti ignorano il significato della bandiera rossa, neppure la osservano. Come Fisa, stiamo facendo prevenzione nelle scuole».
Spesso si guarda alle onde come se sfidarle fosse un gioco?
«Sì, al mare si è portati ad abbassare le difese, le onde sembrano divertenti e proprio quando ci si diverte, diminuisce l'analisi del rischio. In montagna, lo stato di allerta è quasi sempre costante. Al mare i pericoli sono nascosti, e anche quando tutto pare calmo, non significa che non ci possano essere correnti forti sotto il pelo dell'acqua».

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Quali sono le regole da seguire?
«Alcune precauzioni sono note: non fare il bagno dopo mangiato, non buttarsi dagli scogli, non tuffarsi di testa. Le cose più importanti da sapere, però, sono nascoste. Anche se le condizioni non sono avverse, può bastare l'onda creata dal passaggio di un'imbarcazione in prossimità della riva a portare via gli incauti, specie i bimbi, che vanno sempre controllati. Ed è bene conoscere i fondali, potrebbero nascondere buche. Attenzione ai gonfiabili: sono alla mercé del cambio del vento».

Si affronta il mare con eccessiva leggerezza?
«In acqua servono buone capacità natatorie e resistenza fisica. Fondamentale è conoscere i propri limiti, ma il 70/80 per cento delle persone li ignora. Non è un caso che la maggior parte delle vittime sia di sesso maschile e giovane. Gli uomini si sentono più forti e, specie i giovani, spesso in competizione con gli altri, si mettono in mostra».
Occorrerebbe maggiore prevenzione?
«Andrebbe fatta nelle scuole, affidandola ad esperti. Non si può pensare che bastino nozioni banali. E gli stessi assistenti bagnanti dovrebbero fare prevenzione, impedendo che i meno esperti si mettano a rischio».
Va ripensata la formazione degli addetti, quindi?
«Chi vuole il brevetto da assistente bagnante deve pretendere corsi altamente professionali e fatti in mare, mentre oggi molti sono fatti solo in piscina. Nel nostro Paese si pensa ancora che si tratti di un lavoro estivo, fatto dai giovani per guadagnare qualche soldo con cui, magari, andare in vacanza. Non è così. È un lavoro a tutti gli effetti e con grandi rischi».
In Italia manca pure una approfondita conoscenza del nuoto?
«Sì, bisogna fare in modo che a scuola il nuoto sia valorizzato. Le ore di educazione fisica non possono essere fatte tutte in palestra, servono anche ore in piscina. Non dimentichiamo che questa è una penisola. Si deve conoscere il mare».

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