Don Mauro Galli, pena ridotta in appello e niente scuse alla vittima

Don Mauro Galli, pena ridotta in appello e niente scuse alle vittime di pedofilia
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Lunedì 5 Luglio 2021, 18:43 - Ultimo aggiornamento: 22:16

Il riconoscimento che una violenza sessuale c'è stata, pena ridotta, attenuati concesse ma niente scuse dopo il processo per pedofilia contro don Mauro Galli. La Corte d'Appello di Milano ha ridotto da 6 anni e 4 mesi a 5 anni e 6 mesi la condanna per don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, nel Milanese, accusato di aver abusato sessualmente, nel dicembre del 2011, di un ragazzino che all'epoca aveva 15 anni. Sono state concesse dai giudici in appello le attenuanti generiche non concesse in primo grado. La violenza sessuale sarebbe avvenuta tra il 19 e il 20 dicembre 2011: il religioso avrebbe abusato del 15enne nella propria abitazione, dove il ragazzino aveva trascorso la notte «in vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo». Il sostituta pg Bianca Bellucci aveva chiesto la conferma della condanna, mentre il difensore di don Galli, l'avvocato Mario Zanchetti, aveva chiesto l'assoluzione per insufficienza di prove in quanto, per la difesa, non vi sarebbe la prova dell'atto sessuale.

Don Mauro Galli, pena ridotta in appello ma non arrivano le scuse

 

La prima sezione penale d'appello (presidente Chiara Nobili) ha portato la pena da 6 anni e 4 mesi di carcere (inflitta nel settembre 2018) a 5 anni e 6 mesi, riconoscendo le attenuanti generiche. Le motivazioni del verdetto tra 90 giorni. «Siamo decisamente sollevati e soddisfatti», ha spiegato la madre del ragazzo, che era presente assieme ad altri familiari per la lettura della sentenza. Soddisfazione, in particolare, perché anche in secondo grado ha retto la contestazione di violenza sessuale. Prima davanti agli inquirenti nell'inchiesta e poi nel suo interrogatorio in aula nel primo grado, don Galli aveva sempre ammesso di avere dormito nel letto matrimoniale con il ragazzo, ma aveva negato di averlo «toccato» o «abbracciato». Fuori dal processo aveva risarcito con 100 mila euro la famiglia del giovane, che non si è quindi costituita parte civile.

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La difesa, però, aveva sostenuto la «inattendibilità» del racconto del ragazzo. Con i cronisti, già dopo il processo di primo grado, la madre del giovane si era sfogata definendo «maldestra» la gestione della vicenda da parte dell'arcivescovo di Milano Mario Delpini, che all'epoca era vicario episcopale della zona pastorale numero 6 (sotto cui ricadeva la parrocchia di Rozzano), e che nel 2012 aveva anche avuto un incontro con i familiari dell'adolescente. L'Arcidiocesi di Milano, preso «atto della conclusione del procedimento giudiziario», aveva espresso dopo la sentenza del Tribunale «vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto». La donna oggi, sempre parlando coi cronisti, ha spiegato che in occasione di una recente visita pastorale, a gennaio, «Delpini ci ha concesso un momento di incontro di pochi minuti e non ha detto nulla e noi gli abbiamo chiesto come mai da parte della Chiesa non sia stato fatto nulla per riavvicinare nostro figlio alla fede». I genitori si aspettavano di più, in sintesi. 

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