Uccide la moglie, fa ricorso e blocca i fondi per i famigliari della vittima

Martedì 13 Novembre 2018
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MILANO Quattro anni fa Daniela Bani è stata massacrata con 39 coltellate nella sua casa di Palazzolo, in provincia di Brescia. A ucciderla, mentre il figlio maggiore che allora aveva sette anni era nella stanza accanto, è stato il marito, Mootaz Chaanbi, condannato in appello a trent’anni. Non ha fatto un solo giorno di carcere perché nel frattempo è fuggito in Tunisia, il suo Paese d’origine, e ora con un ricorso di 38 pagine chiede alla Cassazione di annullare le due sentenze. Per i genitori di Daniela è un altro schiaffo in pieno volto: non solo l’assassino della loro figlia è latitante, ma il ricorso alla Suprema corte impedisce di accedere ai fondi dello Stato per le vittime di reati violenti, erogati solo quando una sentenza diventa definitiva.

«IL GOVERNO CI AIUTI»
Giuseppina Ghilardi, la madre di Daniela che insieme al marito sta crescendo i nipoti di 7 e 11 anni, è sconvolta: «Quando ho saputo del ricorso stavo per svenire, perché eravamo convinti che almeno sul fronte processuale la vicenda fosse conclusa, che dopo essere stato condannato a trent’anni e a versare un risarcimento che non abbiamo mai visto non avrebbe avuto il coraggio di fare anche questo passo», dice costernata. Mentre il suo legale, l’avvocato Silvia Lancini, lancia una richiesta di aiuto al governo. Mootaz Chaanbi è scappato subito dopo l’omicidio, scatenato dalla gelosia, è salito su un aereo ed è tornato dai familiari in Tunisi e da qui pubblica su Facebook pensieri dedicati alla moglie e foto dei figli. Nel ricorso depositato dal suo difensore viene contestato il decreto di latitanza sostenendo «l’incompletezza delle ricerche» e la «mancanza dell’elemento della volontarietà» della fuga. In sostanza, le autorità italiane non avrebbero fatto abbastanza per rintracciarlo in nordafrica e non ci sarebbero prove che lui abbia voluto sottrarsi alla cattura. Inoltre, nonostante il racconto del figlio e altre testimonianze, l’uomo solleva dubbi sulla sua presenza in casa quando Daniela fu uccisa. Sostenendo poi che non ci sono «prove documentali» sulle nozze in Tunisia, che hanno fatto scattare l’aggravante del vincolo matrimoniale.

IL TEMA DEL FIGLIO
Lo scorso maggio, durante un’udienza di appello, la commozione ha sopraffatto tutti quando, su desiderio dei nonni, è stato letto il tema scritto in quinta elementare dal figlio di Daniela. Titolo: «Raccontate il giorno più brutto». Svolgimento: «Racconto un fatto realmente accaduto, la perdita della cosa a me più cara. Era una tranquilla mattina di sole, io stavo ancora dormendo, poi è arrivata mia mamma a svegliarmi vestita così: camicia a quadretti rossi e bianchi, jeans e coda di cavallo fermata da un cerchietto. Era più solare del solito, e non ho sentito mio fratello perché era andato all’asilo. Dopo che ho fatto colazione sono andato in camera a vestirmi, per andare a prendere mio fratello all’asilo, poi ho visto mia mamma e mio papà che andavano verso la loro camera e hanno chiuso la porta a chiave e da qual momento non ho più sentito mia mamma. Poi dopo qualche minuto ho visto passare per il corridoio mio papà però stavolta senza la mamma e mi sono chiesto: “Ma che fine ha fatto mia mamma?”. E da quel momento non l’ho più vista. E a scriverlo mi sembra ancora di riviverlo per la seconda volta, ma la prima è più dolorosa, secondo me, delle altre e però non si può tornare indietro, se no l’avrei già fatto! Mi piacerebbe riaverla indietro e tenerla stretta, stretta a me. Ma purtroppo non si può fare, mi rimarrà per sempre nel cuore con dolore e rimpianto. Non me lo perdonerò mai, ma proprio mai. E l’importante è che resterà vicino a me con lo spirito, e andrò al cimitero quando potrò e la terrò sempre nel cuore, e in parte a me».
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