CORONAVIRUS

Coronavirus, l'infettivologo: «Forse giunti al picco dei malati, ma il contagio si sposterà in altre regioni»

Giovedì 19 Marzo 2020 di Valentina Arcovio

«Ancora un altro giorno in cui i contagi risultano stazionari. È un segnale positivo che potrebbe indicarci, o quantomeno lo speriamo, di essere arrivati o di essere finalmente vicini al plateau. Ora bisognerà stare molto attenti a quello che succederà al Centro e al Sud Italia». È cautamente ottimista Massimo Andreoni, primario del reparto di Malattie infettive del policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), che invita comunque a «non abbassare la guardia».

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Professore, stiamo entrando nella tanto attesa fase di picco?
«Forse. O almeno è questo quello che ci suggerisce questo andamento stazionario dei nuovi contagi, che pare durare ormai da qualche giorno. Bisogna però essere cauti a fare queste valutazioni e avere la pazienza di aspettare ancora qualche altro giorno per renderci conto meglio della situazione. Più il tempo passa e più le cose si faranno più chiare».

Anche i morti e i guariti sono in crescita, cosa ci dice questo dato?
«Non molto sul fronte dell'andamento dell'epidemia. È certamente terribile che in un solo giorno siano morte così tante persone. Ma il dato che ci aiuta a capire quanto si sta diffondendo il nuovo coronavirus rimane quello dei nuovi contagi. Altrettanto interessante sarà capire se e come il virus camminerà da Nord verso il Centro e il Sud. Se anche al Centro e al Sud non ci saranno significativi aumenti nei nuovi contagi significherà che le misure restrittive stanno raggiungendo i risultati sperati».

Abbiamo scongiurato l'impennata di casi attesa dopo la grande fuga da Nord al Sud di ormai oltre una settimana fa?
«È troppo presto per dirlo. Perché non basta aspettare solo i canonici 14 giorni, la durata dell'incubazione del nuovo coronavirus. Questo ci aiuterà solo a verificare se le persone partite risultano contagiate singolarmente. Bisognerà invece aspettare ancora altre settimane per capire se le persone infette al momento della partenza abbiano poi contagiato altre persone al loro rientro a Sud. In questi casi, a fare la differenza sarà stata la capacità delle regioni di Sud nell'aver intercettato le persone infette e anche i loro contatti, e di averle isolate o messe in quarantena».

In Italia ora i tamponi vengono effettuati solo sulle persone che presentano sintomi gravi. È un errore?
«A mio avviso è fondamentale fare i tamponi sia ai soggetti con sintomi gravi che quelli che presentano sintomi lievi. Per quest'ultimi, infatti, sapere di essere stati infetti o meno può fare la differenza in quarantena».

In che modo sapere di esser rimasti infetti dal nuovo coronavirus può fare la differenza?
«Avere la conferma di esser stati contagiati, in qualche modo responsabilizza di più la persona, sia nei confronti della propria famiglia che con il resto della popolazione. L'incertezza, invece, può compromettere la loro quarantena. Sapere di avere il Covid-19 ci spinge a fare più attenzione in casa, a stare nella propria camera e a usare un solo bagno. E soprattutto induce a rispettare seriamente i 14 giorni di quarantena».

Anche lei pensa che sia giusto vietare completamente l'attività fisica all'aria aperta?
«Stare a casa è sempre la scelta migliore. Tuttavia, credo che se una persona si fa una corsetta o anche una passeggiata da sola in un'area verde dove non c'è molta gente, e quindi si mantiene a una distanza di diversi metri da altre persone, il rischio di diffondere il virus è praticamente zero. Le goccioline di uno starnuto o di un colpo di tosse finirebbero a terra e non sulle persone. Se si inizia a vedere che quel luogo diventa più affollato è buon senso ritirarsi a casa. Ma visto che molte persone non hanno dimostrato questo buon senso, anzi qualcuno ha magari passeggiato o corso gomito a gomito con altre persone, si stanno valutando misure più drastiche».

Ultimo aggiornamento: 20 Marzo, 14:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA