Coronavirus Napoli, Anna: «La febbre, poi l’affanno: così ho perso mio marito»

Coronavirus Napoli, Anna: «La febbre, poi l affanno: così ho perso mio marito»
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Sabato 14 Marzo 2020, 12:43 - Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 10:02

Arturo Ferrara, 67 anni, aveva cominciato a star male il 27 febbraio: qualche linea di febbre, un po’ di debolezza e i segnali tipici dell’influenza. Una telefonata al medico di famiglia e poi la classica terapia: Tachipirina quando il termometro raggiunge i 38 gradi, vitamina C, cibo sano, caldo e tanto riposo. È morto lo scorso mercoledì, Arturo Ferrara, l’11 marzo, all’ospedale Cotugno, dove era stato ricoverato due giorni prima a causa del coronavirus

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A via Petrarca, dove abitava da molti anni, lo conoscevano in tanti: simpatico, affettuoso e sempre sorridente, per la gente del quartiere incontrarlo era sempre un piacere. Lavorava alla Asl, da poco era andato in pensione con l’obiettivo di dedicarsi, finalmente, a quel che gli stava più a cuore: la famiglia. Sua moglie, Nunzia Longobardi, non riesce ancora a crederci e racconta le fasi di una malattia che le ha portato via il compagno di una vita in una manciata di giorni. 

Cominciamo dall’inizio.
«Arturo stava benissimo. Il giorno prima che cominciasse a salirgli la febbre era stato anche dal dentista, gli avevano tolto un molare senza alcun problema. Poi, il 27 mattina, il primo malessere».

Che genere di malessere?
«Niente di particolare. Una febbricola, sembrava un po’ di raffreddore. Così ho chiamato il medico che mi ha detto di dargli del paracetamolo». 

La febbre scendeva?
«Sì, ma poi risaliva subito a 38. Dopo un paio di giorni, sempre su consiglio del medico, ha cominciato a prendere anche l’antibiotico, ma niente: non riusciva a guarire».

Quando avete pensato che poteva trattarsi di coronavirus?
«È chiaro che, di questi tempi, ci pensi subito, ma il tampone non vai a farlo al primo starnuto o con poche linee di febbre. Appena, però, ha cominciato ad avere qualche problema respiratorio ci siamo allertati immediatamente».

Che cosa avete fatto?
«Mio fratello è pneumologo, lo ha visitato e ha detto che bisognava fare il tampone, con quei sintomi era necessario andare a fondo e stabilire se si trattava o meno di coronavirus».

Suo marito soffriva di qualche patologia pregressa?
«Aveva un Parkinson di media entità, lo controllava molto bene con i farmaci, non aveva neanche il classico tremore. Adesso so già che si dirà che Arturo è morto perché aveva 67 anni e era affetto dal Parkinson, ma non è così: il neurologo che lo aveva in cura ritiene che il morbo c’entra poco o nulla».

Torniamo al tampone.
«Era il 7 marzo: arriva l’ambulanza e gli fanno i prelievi, nel frattempo gli prescrivono una terapia iniettiva di antibiotico e mi comunicano che nel giro di tre ore ci avrebbero chiamato per i risultati. Invece, a mezzanotte, bussano al citofono di casa».

Chi era?
«Di nuovo i medici del Cotugno. Ci ordinano di non muoverci, pensavo che fossero venuti per portarlo via, invece gli fanno un altro tampone».

Intanto Arturo come stava?
«Male, i problemi respiratori aumentavano. Mio fratello gli aveva procurato l’ossigeno per cercare di farlo respirare meglio ma si capiva che la situazione si stava complicando».

Quando lo hanno ricoverato?
«Sono venuti a prenderlo lunedì scorso, due giorni dopo il tampone, e non lo abbiamo più visto. Aveva il cellulare con sè: gli abbiamo parlato fino alla sera del lunedì, dal martedì mattina non ha più risposto. Poi ho ricevuto la telefonata del primario della Rianimazione».

Che cosa le diceva?
«Mi comunicava che le condizioni di mio marito erano gravi, lo stato generale stava velocemente peggiorando e, quindi, lo avrebbero trasferito nel suo reparto».

Adesso siete tutti in quarantena?
«Certo. Una delle mie due figlie è positiva, siamo chiusi in casa nel nostro grande dolore. Arturo non c’è più, non lo abbiamo potuto neanche vedere per l’ultima volta, e nemmeno potremo fargli il funerale. Soli, in quarantena. Senza il conforto di amici e parenti che, in questi momenti, è prezioso. Ma siamo in guerra e dobbiamo combattere».

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