Coronavirus, troppi medici in quarantena: piano a difesa degli ospedali

Coronavirus, troppi medici in quarantena: piano a difesa degli ospedali
di Mauro Evangelisti
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Venerdì 6 Marzo 2020, 00:57 - Ultimo aggiornamento: 09:09

In Lombardia il 12 per cento dei contagiati sono infermieri e medici. Mancano 250 unità, gli ospedali rischiano di fermarsi proprio mentre devono rispondere a una richiesta di assistenza dei pazienti senza precedenti. A Roma e nel Lazio, dopo i 14 nuovi positivi di ieri che sono passati dal pronto soccorso, ospedali come San Giovanni, Policlinico Casilino, Sant’Andrea, San Filippo Neri, Velletri e Latina rischiano di doversi fermare per ragioni prudenziali, circa cento unità del personale medico, anche se secondo la Regione Lazio, alla luce degli ultimi controlli incrociati, quella cifra dovrebbe essere attorno a 40-50.

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ASSEDIO
Ma la sintesi è che l’avanzata del coronavirus sta non solo riempiendo i reparti di terapia intensiva, ma svuotando le corsie di personale che, per ragioni di cautela, deve andare in quarantena. Sempre a Roma all’ospedale Bambino Gesù ci sono due medici in isolamento perché hanno avuto contatti con pazienti positivi (dalla struttura precisano che comunque si attende l’esito dei test e i due professionisti non stanno lavorando); all’ospedale San Camillo un medico è positivo, quindi a casa in isolamento, perché è rimasto contagiato mentre era in settimana bianca in Veneto. Altri esempi: dodici tra infermieri e operatori dell’ospedale Molinette, a Torino, sono stati messi in quarantena precauzionale dopo il caso di un paziente risultato positivo al coronavirus. Di questo passo, tra medici infettati (attorno alla zona rossa di Codogno la situazione è drammatica) e quelli in quarantena, gli ospedali si fermano. Per questo Luca Zaia, il presidente del Veneto, regione a cui mancano 400 tra medici e infermieri a causa del coronavirus, ieri ha attaccato: «Voglio chiedere che si metta mano alla norma e si dia modo ai medici di poter operare anche se presentano dei contatti con persone positive. Non possiamo mettere in isolamento fiduciario i medici per 14 giorni». La proposta: effettuare il test ogni giorno, ma se il medico o l’infermiere risulta asintomatico e negativo consentirgli di continuare a lavorare, sia pure con la mascherina. Giulio Gallera, assessore alla Sanità della Lombardia, spiega: «Noi già lo facciamo, altrimenti tutto si ferma. E poi abbiamo ridotto del 70 per cento gli interventi di elezione, lunedì blocchiamo l’attività ambulatoriale differibile. Abbiamo anticipato le lauree del corso infermieristico previste ad aprile e partiamo con le assunzioni di 315 operatori. Infine, richiamiamo medici e infermieri in pensione. Voglio rassicurare i lombardi sul fatto che tutte le attività urgenti e non differibili, sia per i pazienti cronici che per il resto dei lombardi, verranno assicurate».

CORSA

Si tratta di una corsa contro il tempo perché mentre aumenta il numero dei contagiati e diminuisce quello del personale sanitario disponibile, anche nelle regioni senza zona rossa, si stanno esaurendo i posti di terapia intensiva. A Roma ieri solo per il coronavirus sono diventati sette i pazienti in rianimazione. Per ora è un numero sostenibile, ma cosa succederà se il ritmo di crescita dei positivi e della parte che necessita di respirazione assistita dovesse essere in linea con quello di questi giorni o con quello del resto d’Italia? Nel Lazio ci sono 540 posti di terapia intensiva, ma sono già occupati all’80 per cento, visto che comunque vi sono anche altre patologie che normalmente richiedono questo tipo di assistenza. Per questo si sta correndo ai ripari. «In questo momento - spiega l’assessore alla Salute del Lazio, Alessio D’Amato - la priorità è garantire tutte le procedure di sicurezza, evitare nuove quarantene al personale sanitario e attuare la prima fase del potenziamento delle terapie intensive con 77 nuovi posti». In totale, i letti aggiuntivi per questo tipo di emergenza dovranno essere almeno 153, anche se in caso di necessità questo numero può essere aumentato. Altro nodo è quello dei test: nel Lazio fino ad oggi 1.175 («molto più della Francia» sottolineano in Regione), ma dopo l’incremento di ieri di nuovi casi si è compreso che centralizzare tutto nel laboratorio dello Spallanzani alla lunga potrebbe diventare insostenibile. Per questo sono stati attivati anche altri quattro laboratori, in modo da velocizzare le verifiche, anche se l’hub di riferimento resterà quello dello Spallanzani.
 
 
 

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