CORONAVIRUS

Il lockdown fa tutti chef: alimentari unico settore in crescita negli ultimi due mesi

Martedì 19 Maggio 2020 di Francesco Padoa

Questo lockdown, che solo ora dopo oltre due mesi sta cominciando ad allentare le maglie, ha portato tanti dubbi, paure, disagi. L'economia è in crisi, il Pil precipita, ma c'è un settore che ne ha guadagnato. L'alimentare. Il dato, seppur scontato, visto che stando chiusi in casa, ovviamente, ognuno di noi ha dedicato più tempo alla cucina, va comunque analizzato. In controtendenza rispetto all’andamento generale cresce del 3,1% il fatturato dell’industria alimentare che insieme all’agricoltura ha continuato a lavorare durante l’emergenza per garantire le forniture di cibi e bevande alla popolazione. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento ai dati Istat sul fatturato dell’industria che segna complessivamente una riduzione del 25,2% a marzo rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

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L'approvvigionamento alimentare degli italiani è stato garantito grazie a 3 milioni di lavoratori che, nonostante i rischi per la salute, hanno continuato a lavorare in piena pandemia in 740mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari e 230mila punti vendita in Italia, tra ipermercati (911), supermercati (21.101), discount alimentari (1.716), minimercati (70.081 e altri negozi (138.000). È quanto emerge da una analisi della Coldiretti in riferimento ai dati Istat sulcommercio al dettaglio nel mese di marzo. L'alimentare, in controtendenza rispetto a tutti gli altri settori merceologici, come dicevamo è l'unico settore in crescita, del 3,5% in valore e del 2,1% in volume, su base tendenziale. Un risultato, secondo Coldiretti, che è il frutto di un forte aumento in supermercati (+14%) e discount (+7,5%) mentre calano gli ipermercati (-9,1%) e tengono i piccoli negozi alimentari (-1%). «Un aumento favorito anche dalla chiusura forzata di ristoranti, mense, bar, gelaterie, pasticcerie, agriturismi e, in molte regioni, anche di mercati rionali e quelli degli agricoltori. Questi - sostiene la Coldiretti - vanno riaperti al più presto, per aumentare la possibilità di scelta, combattere le speculazioni e ridurre le file e gli assembramenti».

La filiera agroalimentare “made in Italy” dai campi agli scaffali ha tenuto, nonostante la tendenza all'accaparramento e al verificarsi di pericolose file, che hanno provocato una impennata degli acquisti al dettaglio. Una vera e propria spesa di guerra, secondo le elaborazioni di Coldiretti su dati Ismea/Nielsen: si sono registrati aumenti del 145% negli acquisti di farina, +78% arance, +60% mele, +57% mozzarella, +57% uova, +32% formaggi, +31% salumi, +25% riso, latte +22% e +14% pasta. Uno sforzo importante della filiera che è riuscita a garantire le forniture nonostante le difficoltà, con quasi sei aziende agricole su dieci (57%) che stanno affrontando una situazione di crisi. A spingere il fatturato alimentare, sempre secondo la Coldiretti, è il commercio estero con le esportazioni che a marzo sono aumentate del 13,5% mentre a pesare negativamente a livello nazionale è la chiusura di bar, ristoranti pizzerie, gelaterie e agriturismi con una perdita mensile di oltre 1,5 miliardi. In questo contesto era dunque particolarmente attesa la riapertura delle strutture di ristorazione per far ripartire una importante fetta dell’economia nazionale.

Il lungo periodo di lockdown ha fatto soffrire molte imprese dell’agroalimentare Made in Italy, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. La spesa degli italiani per pranzi, cene, aperitivi e colazioni fuori casa prima dell’emergenza coronavirus era pari al 35% del totale dei consumi alimentari nazionali. E come conseguenza dell'aumentata domanda, ovviamente, arriva l'aumento dei prezzi. Nonostante sia stata registrata la battuta d'arresto dell'inflazione, il carrello della spesa continua a crescere, proprio per effetto dell'impennata dei prezzi degli alimentari (+2,7%). In aprile, con l’emergenza sanitaria in pieno corso, da una parte il restringersi dell’offerta e della domanda commerciale al dettaglio (concentrate su un minor numero di comparti merceologici), dall'altra il crollo delle quotazioni del petrolio, determinano spinte opposte: inflazionistiche per i prodotti alimentari e deflazionistiche per i beni energetici. Queste ultime sono prevalse azzerando l’inflazione (non avveniva da ottobre 2016 quando la variazione dell’indice dei prezzi al consumo fu negativa e pari -0,2%); tuttavia, i prezzi del cosiddetto "carrello della spesa", trainati dagli alimentari non lavorati, accelerano, portandosi a livelli di crescita che non si registravano da febbraio 2017.

Nello specifico gli aumenti sono stati rilevati sui prezzi di frutta (+8,4%), verdura (+5%), latte (+4,1%) e salumi (+3,4%). E sono aumentati in generale i prezzi dei prodotti a lunga conservazione, come pasta (+3,7%), uova (+3,2%), piatti pronti (+2,5%), burro (+2,5%), carni (+2,5%), formaggi (+2,4%), zucchero (+2,4%), alcolici (+2,1%), pesce surgelato (+4,2%) e acqua (+2,6%). «Con l’emergenza Coronavirus gli italiani – spiega Coldiretti – hanno aumentato l’acquisto di alimenti sani ricchi di vitamine come la frutta e verdura per aiutare a rafforzare il sistema immunitario contro il virus, con balzi della spesa trainati dalla voglia di avere in casa una riserva naturale di vitamine consigliata anche dall’ISS». Una situazione che si scontra con le previsioni di calo nella produzione di frutta estiva italiana: secondo la Coldiretti si prevede un dimezzamento delle albicocche ed una brusca riduzione delle ciliege per effetto dell’andamento climatico anomalo. «Ma sulla situazione – precisa la Coldiretti – pesa anche la mancanza di lavoratori per la raccolta della frutta con le difficoltà alle frontiere per gli stagionali che ogni anno varcano i confini per poi tornare nel proprio Paese».

Ultimo aggiornamento: 12:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA