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Coronavirus, «Noi, cinesi d’Italia in autoquarantena per responsabilità»

Coronavirus, «Noi, cinesi d Italia in autoquarantena per responsabilità»
di Alessia Marani e Camilla Mozzetti
4 Minuti di Lettura
Lunedì 3 Febbraio 2020, 01:03 - Ultimo aggiornamento: 19:00

Il più grande piano di prevenzione dal Coronavirus lo stanno mettendo in piedi gli stessi cinesi in Italia. Solo a Roma sono decine i cittadini di ritorno da viaggi di lavoro o dalle vacanze in Cina che si stanno mettendo in autoquarantena, senza che nessuno glielo abbia imposto: 14 giorni di isolamento forzato, lontani da parenti, amici e colleghi, pur di scongiurare la minima possibilità di potere essere veicolo di un contagio. Stanno affittando villette fuori città, “requisendo” interi alberghi gestiti da connazionali, affittando stanze in hotel e in b&b, pur di evitare contatti con l’esterno e rappresentare una fonte d’ansia.

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«Sono chiuso in questa camera d’albergo al Salario dal 29 gennaio - dice Andrea Xu, 40enne padre di due bambine, Ceo di Bosideng Europa, colosso dell’abbigliamento cinese, brand specializzato in piumini - Scendo solo per prendere il cibo che mi preparano mia moglie e mia suocera. Seppure sia stato per affari nella regione di Shangai, lontana dal focolaio di Wuhan, e sia sicuro di stare bene perché mi hanno misurato più volte la febbre in autostrada e in aeroporto, per senso di responsabilità ho preferito agire così». Come lui sono in tantissimi. Emma, un’altra imprenditrice, appena tornata nella Capitale dopo un viaggio in Cina, si è chiusa in una stanza di casa. Quando il figlio piccolino ha chiesto al marito perché la mamma facesse così, «gli abbiamo risposto che era un gioco, per non preoccuparlo». Xu passa gran parte della giornata al telefono con i propri assistenti, legge e guarda la tv. «Ognuno di noi si sta dando da fare - afferma- anche per acquistare online mascherine da inviare in Cina, perché sono in esaurimento». La catena di solidarietà e prevenzione è impressionante. 



LE STRUTTURE

A Prato, in Toscana, dove i cinesi rappresentano il 20 per cento della popolazione, la comunità ha chiesto aiuto al Comune per reperire strutture, anche capannoni, dove potere attuare l’auto-isolamento. «Non tutti, infatti, hanno abitazioni spaziose per una adeguata prevenzione», spiega Marco Wong, ingegnere elettronico eletto consigliere comunale nel capoluogo toscano, diviso tra Prato e la Capitale. «Stiamo attivando i mediatori culturali, via social invitiamo chiunque di noi sia di ritorno dalla Cina ad autodenunciarsi - aggiunge - del resto la valutazione e la gestione del rischio come avviene in Cina, dove per esempio si costruisce un ospedale in dieci giorni, in Italia è impensabile. Sabato un cinese è morto per un infarto in un ristorante, prima di soccorrerlo è scattato il protocollo per il Coronavirus, forse si sono persi minuti preziosi per salvarlo. Non deve più accadere».

Per i cinesi che non hanno la possibilità di sostenere l’isolamento, le associazioni arrivano in soccorso. «È previsto un contributo economico dal 50 al 100 per cento delle spese, a seconda del reddito della persona - dice Yang Dixi, un consulente legale che vive a Roma, sulla Prenestina -. I primi a intervenire sono spesso i datori di lavoro nei confronti dei dipendenti. Del resto, anche la nostra comunità è preoccupata e vittima di discriminazioni. Il solo settore della ristorazione nella Capitale conta una perdita di fatturato per 2 milioni di euro. Questo senso di responsabilità, a cui anche il consolato ci richiama, è una forma di mutuo soccorso che porta benefici a entrambi, italiani e cinesi. E noi siamo l’uno e l’altro». 

LE SCUOLE
Stesso senso di responsabilità per cui molti genitori non stanno mandando a scuola i propri figli di rientro dalla Cina. A Roma almeno quattro famiglie hanno adottato questa precauzione in due scuole del Centro e a Ostia. Per Mario Rusconi, a capo dell’associazione nazionale presidi, sono «assenze giustificate».

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