CORONAVIRUS

«Con il coronavirus il Governo del Canada
paga lo stipendio per un anno a tutti i dipendenti»

Lunedì 11 Maggio 2020 di Massimo Boccucci e Italo Carmignani
Antonio Giorgi

GUBBIO Ci è capitato per un segno del destino in Canada, accettando l'offerta a tempo di Radio Uno a Toronto. Quella sarebbe diventata la sua vita che oggi a cinquant'anni è un punto fermo, anche perché nel frattempo Antonio Giorgi ha messo su famiglia con JoAnne e Lucas Joseph che ha otto anni. Aveva fatto il giornalista a Gubbio, con le realtà locali e regionali, per poi decidere di provare qualcosa di profondamente diverso senza mai perdere le proprie radici visto che vive in una vera little Italy. Da una decina d'anni parla alle comunità Italiane del Canada dagli schermi di Tln Tv, che detiene anche i diritti per Mediaset Italia Canada. Più di un milione e mezzo di canadesi si definisce di origine italiana.
Giorgi, al tempo del coronavirus molto è cambiato anche nell'Ontario?
«La mia vita qui  assomiglia molto a quella di tanti professionisti e lavoratori italiani. Io e mia moglie lavoriamo da casa, io al piano superiore con uno studio improvvisato con webcam, computer, microfono e lei al piano inferiore col suo computer e il collegamento alla Banca per lo Sviluppo canadese. Mio figlio si divide tra compiti online e videogiochi in compagnia degli amici di scuola collegati virtualmente. Internet è il filo conduttore che ci unisce, ci consente di essere ancora produttivi e perché no, di divertirci. Qui il governo federale ha attuato un programma emergenziale finalizzato a prevenire licenziamenti con immissione di denaro sotto forma di sussidi che aiutino le aziende a pagare i dipendenti per un anno. C’è un vecchio detto qui, secondo cui se gli Stati Uniti starnutiscono il Canada prende il raffreddore».
Si impara a convivere con il virus o la paura?
«Soprattutto all’inizio, e per noi che eravamo più informati della situazione italiana, la paura è stata tanta. Noi emigrati abbiamo due ordini di gioie, paure, preoccupazioni, sentimenti e attaccamenti che si compenetrano perfettamente ma che provengono da due mondi separati. La mamma, le sorelle, i nipoti, i parenti a Gubbio, Perugia, Chiusi, Roma, San Lorenzo in Campo insieme alla famiglia di qui, agli amici. Tante persone ruotano attorno a noi e al nostro cuore. Ogni telefonata fa battere il cuore, gli squilli non ti dicono se si tratta di buone notizie o meno».
Cosa pensa di quanto succedendo in Italia?
«Sono rimasto confuso. Una delle zone più ricche e organizzate d’Europa è sembrata a più riprese incapace di rispondere all'emergenza sanitaria. Percentuali di mortalità da capogiro in un'area relativamente contenuta rispetto al resto d’Italia, con il terrore che anche più a sud iniziasse lo stesso calvario con conseguenze inimmaginabili. Poi, quella fuga nottetempo di studenti e lavoratori da Milano verso le rispettive regioni di origine, con tutto il mondo a guardare quelle immagini di gente che corre sui treni senza alcun tipo di screening. Una cosa che mi ha fatto male. Credo che solo grazie all'eroismo di tanti sanitari e addetti del settore si sia potuto evitare una tragedia ancora maggiore. Capisco il dibattito sul come, dove, quando e quanto riaprire. Non capisco politici e amministratori che ancora in emergenza un giorno predicavano chiusura e l’altro si facevano paladini del liberi tutti».
La nostalgia un peso ce l'ha?
«Noi eugubini non siamo semplicemente nostalgici, ci creiamo situazioni, facciamo nascere dal nulla feste e occasioni di incontro per trasformare la nostalgia di Gubbio in una nuova Gubbio. Se potessimo chiedere agli augubini che più di cent'anni fa iniziarono a correre coi Ceri a Jessup, ma anche in Venezuela, se potessimo far domande a quelli che durante la Grande Guerra ricrearono la festa: ecco, quella gente lì, probabilmente risponderebbe che non basta avere nostalgia. Bisogna agire, ricreare le condizioni affinché quelle fortissime emozioni possano rinascere in un ambiente nuovo, ma nello stesso cuore. Non potendo io ricreare la Festa dei Ceri a Toronto, mi sono andato a cercare quelle situazioni, quelle occasioni di incontro che ricreassero l’emozione di Gubbio. Emozionante è stato scoprire l’unico centro abitato che sia mai stato dedicato a Sant’Ubaldo: si tratta di un antico borgo del Quebec, a cento chilometri dalla capitale provinciale Quebec City, e duecento da Montreal. Siamo nel 1866, nuove cittadine stanno nascendo ricalcando i confini delle parrocchie».
Un anno particolare per gli eugubini, no?
«E in quell'anno è testimoniata la parrocchia di Sant'Ubaldo. Il pioniere e fondatore Ubald Gingras, vissuto dal 1824 al 1874, volle dare il suo nome alla parrocchia e poi cittadina che stava nascendo. Un nome che, certificano gli atti, deriva dal nome di Ubaldo vescovo di Gubbio. Nasce Saint Ubald che diverrà entro pochi anni Saint Ubalde. Si decise di inserire nello stemma cittadino il pastorale ubaldiano. Un antico convento e soprattutto la superba chiesa del 1882 dell’architetto Paul Cousin dedicata a Sant’Ubaldo formano il cuore del borgo che oggi conta 1500 abitanti ed è meta di turisti in cerca di spiagge tranquille bagnate dai laghi. L'ultima volta che sono tornato a Gubbio è stata una veloce toccata e fuga nell'ottobre 2019 per rivedere mia mamma Maria Letizia, le sorelle Gianangela ed Elisabetta, i nipoti. Non avrei mai immaginato che di lì a qualche mese si sarebbe scavato un solco se possibile ancora più profondo tra i nostri mondi».
Cosa rappresenta il Canada per lei?
«E' gradualmente entrato nel mio cuore con la sua silenziosa cortesia, a volte un pò fredda e mai falsa. Ti offre molto in termini di qualità della vita e servizi, però ti chiede qualcosa in cambio. In alcuni momenti il vento fa percepire una temperatura di meno quindici o meno venti. Eppure si vive bene. L’enorme disponibilità energetica grazie ai giacimenti di petrolio dell'Alberta e alle tante centrali nucleari fa sì che la temperatura media ovunque si vada sia almeno venticinque gradi costanti. Non faccio uso di maglioni, solo giacconi pesanti brevettati per temperature polari e poi, sotto, camicie, giacche, o maglie leggere. Per non sudare al lavoro. Toronto linguisticamente, culturalmente e geograficamente è una città di confine, orgogliosamente canadese ma con il cuore economico finanziario negli Usa».
Quindi spostamenti più facili?
«In un'ora e mezza di comoda autostrada, fiancheggiate le Cascate del Niagara, sei a Buffalo, New York. Inoltre, è sede della Borsa, e dove sono i soldi c’è il potere. Nella capitale, Ottawa, si discutono le leggi. A Toronto si crea ricchezza. Alle elementari i bambini possono imparare l’italiano accanto alla seconda lingua, il francese. Bar, ristoranti, negozietti di alimentari e grandi catene commerciali hanno capito l’antifona. Qui comandano gli italiani. Se non hai mozzarelle di bufala, pasta, olio d’oliva e aceto balsamico italiani, non sei competitivo. Una grande opportunità per l’economia italiana dei marchi dop e delle tutele».
Come ci vedono i canadesi?
«L'immagine, mutuata dal mondo anglosassone, è di Paese dove si vive bene, fatto di panorami incomparabili e cibo inarrivabile. La maggioranza dei canadesi nutre rispetto e affetto per l’Italia. La ragione va ricercata nelle ondate migratorie che si sono susseguite fino alla fine degli anni Settanta. Facoltosi imprenditori affidano agli italiani i propri cantieri, le loro manifatture tessili, persino intere aziende edili. Gli italiani hanno costruito il Canada. Lo dicono tutti, qui. Conoscono l'Umbria, Gubbio e Don Matteo».
Massimo Boccucci

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