ROMA

Colleferro, il campione di boxe Blandamura: «Non chiamateli pugili, sono vigliacchi»

Martedì 8 Settembre 2020 di Marco Pasqua
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Colleferro, il campione boxe Blandamura: «Non chiamateli pugili, sono vigliacchi»

«Quelli non c'entrano niente con il pugilato e le MMA. Quelli sono solo dei grandissimi vigliacchi e noi non siamo bestie come loro». Emanuele Blandamura ha la boxe nel sangue e, come tanti, ha compreso, allenamento dopo allenamento, che «il pugilato non è solo l'uomo che tira colpi».

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Campione d’Europa ed ex sfidante mondiale dei pesi Medi, a 40 anni Blandamura continua ad essere un modello e un punto di riferimento per tanti ragazzi. «Sono nato a Udine, cresciuto a Roma con i miei nonni e zii. Abitavo in un quartiere difficile, dove vigeva o vige la legge del più forte – ricorda Blandamura - Le persone ti rispettano perché ti temono hanno paura di te. Facevo vita di strada, passando le giornate tra bar e piazzetta. Cercando di svoltare qualcosa. Ci si prendeva a pugni per niente e ti portavi via niente». Poi la svolta, l'incontro con la boxe. «L'ultima volta che ho fatto a botte per strada avevo 18 anni – ricorda Blandamura – da allora più niente, perché è scattato qualcosa dentro di me. Credevo fosse facile tirar pugni. Ma mi sbagliavo, era difficile: allenarsi, mangiar sano, avere orari di riposo e allenamento equilibrati, avere paura e vincerla».

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«Io posso definirmi pugile, perché ho lavorato tanto su me stesso e ho faticato per conquistarmi questo titolo – sottolinea il campione – Quelle persone non sono pugili, non basta certo salire su un ring per esserlo. Sono dei parassiti, delle persone inutili». Un parere condiviso anche dai colleghi delle MMA, amici di Blandamura, da Carlo Perdersoli e Alessio Di Chirico, due figure di punta di quel mondo: «Da parte loro c'è una condanna nettissima: quei 4 non hanno nulla a che vedere con le MMA. I lottatori non sono delle bestie come loro. E chi combatte, lo fa per la sua dignità, per superare i propri limiti». Negli anni, Blandamura ha incontrato tanti avversari, alcuni lo hanno battuto, altri no: ma con molti di loro ha mantenuto un rapporto. «Ci scriviamo, ci chiediamo come stiamo, seguiamo la nostra attività – continua – perché ci rispettiamo». «Alla fine del match abbraccio il mio avversario gli dico grazie lo guardo e lo incoraggio – sottolinea - Perché quello che è successo a lui è già successo a me e potrebbe ricapitarmi. Nella vita di tutti i giorni sono solito confrontarmi con tutti i tipi di persone. E scopro di avere una grande empatia verso il prossimo e proteggo il debole stando dalla sua parte. E condanno l’atto di violenza scaturita dall’ignoranza. Nessuno ha il diritto di far male a qualcun’altro, la vita è sacra, è un dono meraviglioso».

Ultimo aggiornamento: 9 Settembre, 00:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA