Il premio Nobel Valentini: «Il 2060? Sarà troppo tardi e l’Italia rischia più di altri»

Lo scienziato: «Un disastro se rinviamo le emissioni zero. Tra siccità e trombe d’aria, nel nostro Mediterraneo vedremo prima gli effetti»

Il premio Nobel Valentini: «Il 2060? Sarà troppo tardi e l Italia rischia più di altri»
di Francesco Malfetano
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Martedì 2 Novembre 2021, 00:47 - Ultimo aggiornamento: 09:10

Al G20 non dico che si è raschiato il fondo del barile sul clima, ma quasi. Mi è difficile trovare qualcosa che possa essere ritenuto un successo reale. Magari lo stop ai finanziamenti pubblici per la produzione di energia a carbone, ma non è per niente abbastanza». Riccardo Valentini, presidente della Società italiana di scienze del clima (Sisc), professore dell’università della Tuscia e vincitore del Nobel per la Pace nel 2007 con lo staff di Al Gore, non vorrebbe «passare come bacchettone» rispetto ai traguardi raggiunti nel vertice di Roma appena concluso. Ma «è tutto un po’ vago. I leader mondiali hanno consegnato ai tecnici e agli sherpa che si porteranno avanti le negoziazioni alla Cop26 di Glasgow input generici. È mancato lo spirito di Parigi del 2015». 

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Professore, dei passi avanti sul clima al G20 capitolino ci sono stati. I finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo ad esempio. Oppure la promessa di piantare 1000 miliardi di alberi entro il 2030. Certo sono mancati gli accordi con Cina e India, ma sono state irremovibili sulla neutralità carbonica.
«Partiamo dagli alberi. Se facciamo due conti per rispettare l’obiettivo bisogna piantarne diverse centinaia di milioni al giorno. Non so se è davvero un target realistico. L’idea è giusta però. La carbon neutrality oggi la si può ottenere solo attraverso un aumento della cattura della CO2 nella biosfera, con i cari vecchi alberi. Le altre tecnologie sviluppate non sono ancora mature. Il problema è che questo ottimismo della riforestazione si scontra con la realtà. Non basta piantare 100 alberi e portarci le scuole in gita. Bisogna proteggerli. Perché se c’è un incendio o una pianta muore per un parassita, siamo punto e a capo. Anzi, abbiamo peggiorato la situazione».

I 100 miliardi di investimenti annunciati per la transizione energetica dei Paesi in via di sviluppo invece?
«Li avevano già promessi nel 2015, a Parigi, ma non li hanno mai versati per intero. Ora li hanno implementati e ben venga, ma magari era il caso di ricalibrare il tutto. Perché ragioniamo sui Paesi in via di sviluppo ma non dimentichiamo che al centro di questa faccenda giocano Usa, Cina, Russia e India. Un po’ l’Europa, che però ha già fatto molto impegnandosi a ridurre del 55% le proprie emissioni entro il 2030. L’allarme sono economie già mature e poco sostenibili. Sono quelle che a Roma non hanno dato garanzie. Paesi che vivono di energia fossile. Ora è chiaro che non si possono azzerare da un giorno all’altro l’economia dell’acciaio ad esempio, ma vanno portate su una strada diversa. È mancata la volontà politica. Si sono bloccati sulle soluzioni tecniche, ma non era quello il loro lavoro. Ai politici chiediamo soluzioni etiche. Poi al come realizzarlo penseranno la ricerca e gli scienziati. E poi non si è parlato di agricoltura che oggi tra trasporti e deforestazioni impatta per il 37% sulle emissioni». 

Il punto più criticato però è la scomparsa del riferimento al 2050 per l’obiettivo «emissioni zero». Ci si è limitati ad un «entro la metà del secolo» per far slittare tutto al 2060 come chiesto da Cina e Arabia Saudita. Ma cosa comporta?
«La scelta presa a Roma porterà a superare i due gradi centigradi a fine secolo. Vede, il motivo per cui dobbiamo anticipare la carbon neutrality al 2050 è perché bisogna stabilizzare fino al 2100 le temperature. Partendo dal presupposto che qualunque riduzione alle emissioni noi mettiamo in campo da subito, al 2030 per l’inerzia del disastro già compiuto saremo comunque già al +1,5°C. Per questo serviva ambizione. Non c’è stata». 

E qual è il rischio?
«L’intero pacchetto del disastro climatico. Ad esempio si scioglieranno più velocemente i ghiacciai e scomparirà la foresta amazzonica».

Lei è anche un ricercatore del Centro Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc). Quali sono i rischi per l’Italia nell’immediato?
«Il Mediterraneo ha il problema che è una delle regioni del Pianeta che avrà i maggiori impatti climatici. Qui abbiamo già superato il grado e mezzo di aumento della temperatura rispetto a inizio secolo. È un bacino chiuso e il riscaldamento delle acque superficiali è più intenso. Per questo vediamo sempre più spesso delle bombe d’acqua. E ora che le cose stanno peggiorando, si creano piccole depressioni che hanno portato ai primi cicloni mediterranei. Questo poi peggiora il dissesto idrogeologico e danneggia le colture. Come la siccità ce sarà sempre più frequente. In più compariranno nuovi patogeni e malattie, sia per agricoltura che per gli uomini, con movimenti di insetti dal continente africano. Il quadro sarà sempre peggiore per il Mediterraneo. Il nostro mare ha questa specificità: vedremo prima ciò che accadrà poi nel resto mondo». 

 
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