Il Centro-Italia traina la ripresa, Bianchi: «Ora Roma diventi il perno delle Regioni»

Il direttore di Svimez: "La crescita è forte, questa è l'occasione per cambiare modello"

Il Centro-Italia traina la ripresa, Bianchi: «Ora Roma diventi il perno delle Regioni»
di Luca Cifoni
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Domenica 7 Novembre 2021, 08:45 - Ultimo aggiornamento: 16:08

La ripartenza produttiva in tutto il Paese, gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, la spinta alla ricostruzione nelle aree terremotate. Per Luca Bianchi, direttore di Svimez, la combinazione di questi fattori può dare un nuovo impulso all'economia del Centro-Italia, area che prima della crisi pandemica, insieme a quella meridionale, era rimasta in larga parte ai margini di una crescita concentrata a Nord.


Bianchi, istituzioni e centri di ricerca sembrano concordi nel vedere una ripresa più forte rispetto alle attese di qualche mese fa.
«Sì, anche noi vediamo una ripresa estesa, che sta coinvolgendo tutte le aree del Paese. È chiaro che si tratta essenzialmente di un rimbalzo dopo la caduta del 2020 e quindi le aree, soprattutto al Nord, che avevano avuto un calo maggiore recuperano di più, mentre il Mezzogiorno dove l'impatto era stato minore ora accelera relativamente meno».


Da dove viene la spinta più intensa?
«La crescita dell'economia è trainata dall'export e da un ottima ripresa delle costruzioni, che è forse l'elemento di maggiore novità ed è piuttosto omogenea in tutta Italia. Mentre la domanda interna, che pure si è risvegliata, si deve ancora stabilizzare e soffre le incertezze legate alla pandemia e ai timori di inflazione. La cosa interessante, in una fase come questa, è la possibilità che si affermi un nuovo modello di crescita, che vada a correggere gli squilibri con cui eravamo entrati nella pandemia».


Che cosa non funzionava nella crescita che l'Italia ha sperimentato fino al 2019, dopo la grande recessione?
«C'era una tendenza alla divaricazione che oltre al Sud penalizzava in modo particolare le regioni centrali del Paese. Ora invece potrebbero essere valorizzate le caratteristiche di queste aree, specializzazioni come la moda, il tessile il turismo. E le piccole e medie imprese che erano rimaste indietro sul fronte degli investimenti hanno la chance di recuperare grazie alla doppia transizione, ecologica e verde. Insomma dopo che erano venuti meno i punti di forza degli anni Novanta, la situazione si potrebbe ribaltare. Alcuni settori potrebbero beneficiare dell'accorciamento delle filiere, visto che si è capito che non conviene troppo dipendere dall'importazione di beni da Paesi lontani».


Di che settori stiamo parlando?
«Penso appunto al tessile, alla moda, ma anche all'agricoltura di qualità che nel Centro-Italia è protagonista. Poi c'è il turismo che in questi territori si presta ad essere più sostenibile, meno concentrato, più integrato con l'ambiente. La ripresa degli investimenti in opere pubbliche indotta dal Recovery Plan coincide con l'accelerazione della spesa per la ricostruzione nelle aree terremotate, che raggiungerà il massimo nei prossimi tre anni. Quindi ci sono tutte le premesse per una svolta».


Il governo sta provando ad accelerare per rispettare gli obiettivi concordati con l'Europa e non perdere i finanziamenti attesi. Ma c'è il rischio di non sfruttare in pieno l'occasione?
«Vedo un paio di fattori ai quali dobbiamo prestare attenzione. Il primo è il vincolo che deriva dall'incremento dei prezzi dei materiali e anche dalla difficoltà a trovare personale specializzato, che andrebbe affrontata con adeguati progetti di formazione. Ma poi c'è anche il rischio connesso alle capacità progettuali non all'altezza in molti piccoli e medi Comuni italiani, non solo al Mezzogiorno. Quindi sì, il rischio di fallire esiste, in particolare nelle aree interne del Paese».


Quali le contromisure possibili?
«Come Svimez abbiamo proposto la creazione di centri di competenza territoriale con il coinvolgimento delle università. Gli atenei hanno le professionalità adatte a partire da ingegneri e architetti. Ma è un'iniziativa che dovrebbe prendere il governo».
Perché lo sviluppo delle infrastrutture è così importante nel Centro-Italia?
«Perché oltre agli effetti diretti di spinta all'economia è l'occasione per lavorare a un progetto complessivo, a un coordinamento territoriale tra le Regioni che vede Roma come naturale perno. Mi riferisco agli assi di collegamento da Est e Ovest, alla portualità che è una dimensione condivisa di questi territori da Civitavecchia a Termoli, ai settori a cui ho già accennato come l'agricoltura di qualità. Tutti fattori di forza da mettere insieme».

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