Caporalato, 5 arresti a Foggia: indagata anche moglie direttore dell'Immigrazione del Viminale. Il Prefetto si dimette

Giro d'affari di 5 milioni di euro, 10 aziende coinvolte, paga di 35 euro al giorno

Caporalato, 5 arresti a Foggia, indagata moglie direttore Immigrazione del Viminale. Il Prefetto si dimette
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Venerdì 10 Dicembre 2021, 11:38 - Ultimo aggiornamento: 11 Dicembre, 07:47

Caporalato, blitz contro la storica piaga dello sfruttamento dei lavoratori immigrati nei campi della Puglia. La moglie del capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale, Michele di Bari, è tra le 16 persone indagate in un'inchiesta per caporalato dei Carabinieri e della procura di Foggia che ha portato all'arresto di cinque persone, due delle quali in carcere. Si tratta di due cittadini stranieri, un senegalese e un gambiano, mentre nei confronti degli altri tre arrestati sono stati disposti i domiciliari.

Per gli altri 11 indagati, tra i quali la moglie del prefetto Di Bari, è scattato l'obbligo di firma. L'indagine, che ha interessato attività comprese tra luglio ed ottobre 2020, ha portato anche a una verifica giudiziaria su oltre dieci aziende agricole riconducibili ad alcuni degli indagati. 

Le dimissioni del prefetto 

Il Capo Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione del ministero dell'Interno, Michele di Bari «ha rassegnato le proprie dimissioni». È quanto rende noto il Viminale a seguito dell'inchiesta della procura di Foggia in cui è indagata per caporalato anche Rosalba Bisceglia, moglie del prefetto Di Bari. Dimissioni che sono state accettate dal ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese. Di Bari è stato prefetto a Reggio Calabria, Vibo Valentia e Modena. Inoltre fa parte del cda di uno degli ospedali della Santa Sede, la Casa Sollievo della Sofferenza. 

La moglie del prefetto risulta socio amministratore di una delle dieci aziende coinvolte nell'indagine: l'accusa ipotizzata per i 16 indagati è di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

Il giro d'affari

Ammonta a 5 milioni di euro il giro d'affari dell'aziende indagate per essersi servite dei "caporali" italiani e stranieri per reclutare manodopora, in gran parte immigrati africani ammassati nella baraccopoli di Borgo Mezzanone

I cinque provvedimenti di arresto, due in carcere e tre ai domiciliari effettuati dai carabinieri della Compagnia di Manfredonia, in provincia di Foggia, e del nucleo ispettorato del lavoro, hanno riguardato persone con precedenti penali. Gli altri undici indagati sono stati sottoposti a obbligo di dimora oppure all'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. In carcere sono finiti un cittadino gambiano e un cittadino senegalese. L'inchiesta ha di nuovo confermato l'estremo sfruttamento degli immigrati pagati con una manciata di euro per lavorare nei campi 12 ore al giorno in violazione a ogni norma e diritto. 

L'inchiesta

In particolare, l'indagine parte alla fine di luglio 2020, a seguito di alcuni servizi di osservazione, proseguiti anche dopo l'operazione denominata 'Principi e Caporali', conclusasi ad aprile di quest'anno, che portò all'esecuzione di una misura cautelare nei confronti di 10 persone e al controllo giudiziario di alcune aziende agricole. I militari dell'Arma, unitamente al personale del progetto SuPreMe, hanno effettuato un ispezione nei terreni agricoli situati nel comune di Manfredonia e riconducibili ad un'azienda con sede a Trinitapoli, constatando la presenza di diversi lavoratori stranieri intenti a lavorare.

Prima di procedere al controllo, hanno effettuato un appostamento, notando che un gambiano 33enne, mentre gli altri braccianti continuavano nella raccolta, si è avvicinato ad alcuni cassoni pieni di pomodori e ha annotato qualcosa su un quaderno. Poi, alla vista dei carabinieri, si è allontanato velocemente facendo perdere le proprie tracce. I braccianti, identificati e sentiti a sommarie informazioni, hanno riferito di essere stati reclutati e portati sul posto proprio dal gambiano. Quindi hanno precisato che lui si era occupato anche del profilo burocratico dell'assunzione, provvedendo all'invio dei documenti (a lui consegnati dai braccianti) e curando, per il suo tramite, anche la corresponsione della relativa retribuzione. Non solo: i braccianti hanno precisato che sempre lui si occupava del loro trasporto, conducendoli sui campi e ricevendo da loro 5 euro al giorno per ogni bracciante trasportato.

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