Napoli, il figlio del boss: «La camorra fa schifo, dobbiamo dissociarci: la vita è cultura e lavoro»

Lunedì 6 Maggio 2019 di Giuliana Covella

«La camorra? Mi ha sempre fatto schifo. Mio padre - e altri come lui - hanno reso la vita difficile a noi figli e inevitabilmente ce l'hanno pregiudicata perché per la gente comune portiamo un marchio indelebile. Perciò ai giovani dico: dissociatevi da questo schifo e costruitevi il vostro futuro con la cultura e il lavoro». Biondo, occhi verdi, Antonio Piccirillo ha 23 anni e fa l'imprenditore. Figlio del boss della Torretta Rosario detto o biondo, noto come il padrino dei pontili di Mergellina a cui imponeva il pizzo (che oggi sta scontando diverse condanne per riciclaggio, racket e usura nel carcere di Tolmezzo), il giovane ha scelto una strada diversa da quella paterna e ieri ha parlato in piazza Nazionale durante la marcia «DisarmiAmo Napoli».
«Ho invitato i giovani come me, soprattutto i figli di camorristi, a ribellarsi a quel sistema malato che non porta a nulla».

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Hai partecipato alla marcia anticamorra urlando alla gente che la camorra ti fa schifo. Ti senti un esempio?
«L'ho fatto perché rinnego le scelte di vita sbagliate di mio padre. Lui è un camorrista. Ma io voglio lanciare un messaggio proprio ai figli dei camorristi».
 

Quale?
«Amate sempre i vostri padri, ma dissociatevi assolutamente dai loro stili di vita, perché non pagano. Sarete pregiudicati per tutta la vita. E se noi figli non faremo dei passi avanti in positivo, rimarremo fossilizzati in questa cultura priva di etica e di valori. C'è gente che pensa che cinquant'anni fa la camorra era migliore di oggi, non è così. Ha sempre fatto schifo, è sempre stata ignobile. Le persone perbene sono quelle che rispettano gli altri e i camorristi non rispettano nessuno».

Sei sceso in piazza per ribellarti contro chi spara e ammazza innocenti. Ma anche per riscattarti dalla tua famiglia?
«Sì, dato che noi figli di abbiamo purtroppo un'etichetta, una specie di croce addosso che è difficile sgretolare, però sentiamo la necessità di farlo perché prima di essere figli di un camorristi siamo persone. Non possiamo essere identificati con i nostri padri. Il mio ad esempio non ha vissuto con me e i miei tre fratelli né una festività, né la mia Comunione, poiché ha passato tutta la vita in galera. Né io né gli altri possiamo continuare a pagare per le colpe dei nostri genitori».

Cosa ricordi della tua infanzia di figlio di boss?
«Ero molto piccolo. Papà entrava e usciva dal carcere. Ricordo le perquisizioni improvvise e le sue imprecazioni contro le forze dell'ordine».

Che opinione hai di lui?
«Ho vissuto più le sue carcerazioni che la sua presenza. Lo amo come tutti i figli amano i genitori, ma gli recrimino tante cose e se lui non è riuscito a salvare se stesso, io che sono il figlio devo salvarlo. Lo vedo ogni due mesi e mezzo. Ma anche a questo nessuno crede, perché per la gente io sono il figlio di Rosario o biondo e non posso avere difficoltà a entrare in un carcere».

Cosa significa?
«Per la gente, per la fama che si è creato, mio padre si autodefinisce un fallito di successo, perché i camorristi sono tutti falliti, con un successo e un fascino sinistro che non portano a nulla».

C'è qualcosa che ti ha insegnato tuo padre?
«A rispettare gli altri e le persone perbene sono quelle che rispettano gli altri. Poi mi ha spinto a studiare».

Che titolo di studio hai?
«Ho un diploma di ragioneria. Anche se avrei voluto proseguire gli studi, ma ho preferito lavorare».

Di cosa ti occupi?
«Ho un b&b a Mergellina, ma ho progetti più ambiziosi: un giorno vorrei portare papà all'estero».

Per fare cosa?
«Quando uscirà dal carcere voglio che lui torni a fare il padre, che torni ad essere una persona, non Rosario o biondo, come lo chiamano tutti. Niente più pregiudizi per me e la mia famiglia».

Quale contributo pensi di dare ai giovani con la tua scelta?
«Voglio aiutarli a distoglierli da questa cultura camorristica sbagliata. Specie a quelli che credono che, dissociandosi dai genitori, li tradiscano. Non è vero, dico loro. Li state aiutando. Io sono una persona normale, che sta cercando nel suo piccolo di salvare questa città».

Come ti sei salvato?
«Con la cultura, leggo molto. Mi piace citare il sociologo Zygmunt Bauman che, con il concetto di società liquida, dice che dove le menti sono piatte l'uomo diventa tenebroso, fa paura perché non ha coscienza. Sono menti senza cultura. Come quelli che ammazzano uno di un clan rivale, ferendo una bimba innocente senza rendersene conto».
 

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