Borsellino, a processo per depistaggio l'ex pentito Andriotta tra conferme e "non ricordo"

Borsellino, a processo per depistaggio l'ex pentito Andriotta tra conferme e "non ricordo"
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Giovedì 21 Febbraio 2019, 21:46 - Ultimo aggiornamento: 22:09

Tra conferme, alcune contraddizioni, e diversi 'non ricordo', l'ex pentito di mafia Francesco Andriotta, torna sul banco dei testimoni al processo per il presunto depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio che si celebra davanti al Tribunale di Caltanissetta, presieduto da Francesco D'Arrigo. Oggi è stato il turno del controesame. Andriotta, condannato per calunnia aggravata nel processo Borsellino quater, ha risposto alle domande dei legali dei tre imputati, i funzionari di Polizia Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata in concorso. Non sono mancati i 'non ricordo' dell'ex collaboratore di giustizia, ma durante il controesame ha ribadito quanto già detto lo scorso primo febbraio, durante l'interrogatorio condotto dal sostituto procuratore Stefano Luciani.


LE ACCUSE
In quell'occasione Andriotta era tornato ad accusare l'ex capo della mobile poi questore di Palermo, Arnaldo La Barbera, morto nel 2002, Vincenzo Ricciardi, già questore di Novara, oggi in pensione, Mario Bo, imputato nel processo, e Salvatore La Barbera. Sarebbero stati loro, secondo l'accusa, ad averlo preparato a mentire su Scarantino e sul furto della 126. «Non era Scarantino a dirmi i fatti ma sono stati questi poliziotti che mi hanno fatto accusare persone innocenti facendomi credere che erano colpevoli - aveva detto in aula nella scorsa udienza- Questo non voglio più farlo. Mi dispiace e chiedo perdono!». Ma oggi nel corso del controesame, Andriotta, incalzato a lungo dall'avvocato Panepinto, è caduto più volte in contraddizione e sono stati i numerosi 'non ricordò. Ma anche le conferme di quanto detto. Soprattutto sui 'manoscrittì che gli sarebbero stati consegnati dai poliziotti prima degli interrogatori «per rinfrescarmi la memoria», dice oggi. «Erano scritti a mano che dattiloscritti, e c'era scritto cosa dovevo fare. Me li consegnarono al carcere Pagliarelli».

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