Eutanasia a 17 anni dopo lo stupro in Olanda, l'associazione “Scienza e vita” vicina alla Cei: «Una sconfitta per l'umanità»

Martedì 4 Giugno 2019
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«Una sconfitta per l'umanità. Si sono rotti completamente i vincoli di solidarietà». La vicenda che arriva dall'Olanda dove una ragazzina di 17 anni ha scelto il suicidio assistito dopo essere caduta in uno stato di totale depressione a causa di uno stupro subito a 11 anni, porta l'associazione che lavora a stretto contatto con la Cei, Scienza e Vita, a lanciare un allarme anche sul nostro Paese. Interpellato dall'Adnkronos, dice Alberto Gambino, presidente di Scienza e Vita: «Questa storia di grande tristezza deve essere un monito per il nostro Paese ad evitare di arrivare a punti di non ritorno. In Paesi come l'Olanda il suicidio assistito è legalizzato, ma questo modello porta ad una freddezza nei rapporti, a rompere qualsiasi vincolo di solidarietà».

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Il presidente dell'associazione Scienza e Vita che lavora a stretto contatto con la Cei affronta il caso della ragazzina olandese che ha scelto il suicidio assito dopo aver subito, anni prima, uno stupro, analizzando gli stati depressivi:
«Si tratta di un tema di sistema. In quelle legislazioni come l'Olanda in cui si era partiti da idea che davanti a patologie insopportabili si potesse in qualche modo aiutare a morire le persone, oggi ci ritroviamo davanti ad una prospettiva dilagante. Sono circa 7mila i casi in Olanda da quando il suicidio assistito è stato legalizzato: si tratta di una fetta significativa della popolazione». Dati alla mano rileva Gambino: «Accanto a morti per incidenti, tumori, c'è fetta di morti, circa un 5%, legata all' eutanasia. Una situazione di morte che diventa praticamente normale mentre noi sappiamo che nei Paesi dove non è legalizzata l'eutanasia le richieste eutanasiche sono un numero piuttosto esiguo»

Riflette il presidente di Scienza e Vita:
«Gli stati depressivi si curano, diversamente pensare che l'esito sia di potere arrivare a morte artificiale è una grande sconfitta anche per l'umanità. Davanti alla depressione si combatte per trovare una via di uscita. Da un lato c'è la libertà della persona che vuole lasciarsi andare ma dall'altra c'è la situazione che fa leva sulla solidarietà. Invece qui si arma la libertà di chi deve farla finita e, paradossalmente, chi è accanto non può esprimere in pieno la solidarietà».


L'ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI
«I contorni della storia di Noa sono ancora poco chiari, non si capisce se ha avuto la somministrazione medicalmente assista di un farmaco o come leggiamo si è lasciata andare rifiutando l'alimentazione. Una triste storia che preferirei non commentare ma voglio ricordare che il 24 settembre è già domani: dopo 8 mesi non c'è ancora nessuna legge sulla legalizzazione dell'eutanasia in Italia». Così Filomena Gallo, avvocato cassazionista e segretario nazionale dell'Associazione Luca Coscioni, contattata da Adnkronos, interviene sul caso di Noa Pothoven, sottolineando che è un caso diverso rispetto ai casi all'esame delle corti in Italia. Noa era una 17enne olandese ha chiesto l' eutanasia in seguito alle insopportabili conseguenze psicologiche di uno stupro subito da bambina. «Nel giorno della conclusione delle audizioni per una legge sull'eutanasia alla Camera, ci chiediamo -evidenzia Gallo- quanto tempo ancora passerà affinché in Italia sia colmato il vuoto di tutela di diritti evidenziato dalla Corte Costituzionale con l'ordinanza sul caso Cappato». Parlando delle norme previste in Olanda sull'eutanasia, l'avvocato Gallo ricorda che «può essere accordata a partire dai 12 anni di età, ma solo dopo che un medico abbia certificato che la sofferenza del paziente sia insopportabile e senza alcuna via di uscita; la richiesta deve essere fatta in condizioni di lucidità e protratta nel tempo. Inoltre un secondo medico deve confermare la sussistenza di queste condizioni. L'eutanasia deve essere praticata alla presenza di un medico e tra i 12 e i 16 anni è necessaria l'autorizzazione dei genitori».

IL BIOETICISTA
«Quello della giovane Noa che ha voluto morire a 17 anni è un caso che lascia perplessi, dal punto di vista etico. Ci si domanda se a quell'età ci si possa trovare in una situazione così definitiva». È il commento del presidente della Consulta di Bioetica Maurizio Mori alla tragica vicenda della giovane olandese che ha scelto l'eutanasia per le sofferenze psichiche causate da una violenza subita da bambina. «Quando la ragazza rispondendo ai suoi follower spiegava che non si trattava di una scelta momentanea - continua Mori - stava usando parole molto dense. Ma a 17 anni si è in fase di formazione, le cose non sono così solidamente determinate, c'è una plasticità in corso. Capisco la sofferenza insopportabile, ma se quella giovane avesse avuto 30 anni la sua determinazione avrebbe avuto una forma diversa. Da adolescenti nulla è definitivo, anche in presenza della drammaticità di uno stupro». E ancora: «In tempi passati una storia del genere non sarebbe stata neppure raccontata, forse si sarebbe tradotta in un suicidio giovanile. Se è possibile dirlo, adesso è importante che questa tematica venga dibattuta sui social e dagli esperti - dice ancora Mori - ma resto sconcertato dal fatto che non ci siano stati rimedi di carattere psichiatrico per aprire prospettive per quella ragazza». Sul caso è intervenuto anche il bioeticista ed ex presidente del Comitato nazionale di Bioetica Francesco D'Agostino: «L'Olanda è il primo grande Paese occidentale ad aver legiferato sull'eutanasia, presentata come un rimedio a situazioni tragiche dovute a gravi malattie. Poi la prassi si è allargata anche al dolore psichico, senza tenere conto dell'abisso che esiste tra le due cose», spiega. E continua: «Esiste una differenza tra il dolore fisico legato a una malattia grave in fase terminale e il dolore psichico, che andrebbe trattato con terapia farmacologica da psichiatri, consentendo al paziente la possibilità di una vita accettabile». «In Olanda, cosa gravissima, hanno allargato la possibilità dell'eutanasia anche a bambini e malati mentali, nel senso più ampio del termine. Ma il disagio psichico può e deve essere combattuto per altre vie». «Non sono favorevole all'eutanasia nemmeno nel caso di Dj Fabo per capirci. Ma in quell'occasione perlomeno c'era l'oggettività del dolore. Nel caso psichiatrico non è vero che l'unico modo per combattere il dolore sia l'eutanasia».
Ultimo aggiornamento: 5 Giugno, 10:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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