Crac di Banca Etruria, la vedova di D'Angelo al processo: «La mia vita è finita il giorno del suo suicidio»

Giovedì 27 Febbraio 2020
Lidia Di Marcantonio, vedova di Luigino D'Angelo

«Sono qui per mio marito e per la sua memoria. La mia vita è finita su quelle scale dove ho visto mio marito appeso. Dopo la sua morte sono stata nove mesi chiusa in camera e ho perso dieci chili». Lo ha detto in aula al tribunale di Arezzo, Lidia Di Marcantonio, vedova di Luigino D'Angelo, il pensionato suicida nella sua casa di Civitavecchia (Roma) nel 2015 dopo aver perso tutti i risparmi col decreto Salvabanche. La donna ha testimoniato al processo per il crac di Banca Etruria che ha 25 imputati tra amministratori e dirigenti dell'ex istituto di credito. Il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, invece non deporrà come teste al processo in corso al Tribunale di Arezzo per il crac di Banca Etruria. Lo ha deciso il collegio dei giudici.

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«Mio marito diceva sempre al consulente di investire e custodire il gruzzoletto per la nostra pensione - ha raccontato Lidia Di Marcantonio -. Un giorno ci propose di investire tutto in un buon prodotto e noi ci fidammo, c'era fiducia. Poi a luglio 2015 arrivò una lettera che diceva che il nostro investimento non era adeguato al nostro profilo. Siamo tornati in banca e un altro impiegato ci ha detto che era una lettera che mandavano di routine. Siamo andati via tranquilli. «Quindi il settembre dopo è arrivata un'altra lettera simile. Siamo tornati in banca e siamo stati tranquillizzati un'altra volta. Ma stavolta Luigino disse di voler disinvestire. Parlò col direttore e lui ci tranquillizzò, dicendoci che aveva investito anche lui così». «Mio marito però - ha continuato la donna - iniziò ad informarsi, poi un giorno sentimmo in tv che il presidente del Consiglio del momento, Matteo Renzi, aveva firmato il decreto salvabanche. Stavamo mangiando, mio marito si bloccò di colpo e disse “Abbiamo perso tutto». A quel punto Lidia Di Marcantonio ha raccontato della corsa in banca per chiarire la questione: «Il direttore ci disse che avevamo perso tutto e ci fece firmare un documento senza darcene copia. Abbiamo chiesto la copia e la risposta è stata negativa e il documento non è stato mostrato».

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Luigino D'Angelo andò pure dalla Guardia di Finanza ma non avendo documenti non poté fare nulla. «Subito dopo, mio marito - ha detto Lidia - è andato ad una tv privata e si è documentato chiamando poi tutte le associazioni dei consumatori. Non sapevamo neppure cosa fossero i profili di rischio, forse eravamo ignoranti noi. Alla fine abbiamo capito che il nostro profilo di rischio era stato modificato», ha detto ancora la donna al processo. Il suo racconto in aula si è fatto sempre più drammatico. «Il sabato pomeriggio (28 novembre 2015, ndr) è stato tutto il giorno al computer poi alle 16 mi ha chiamato e mi ha mostrato il diario che aveva scritto per appuntare tutto ciò che era successo. Io poi sono uscita, sono rientrata e ho guardato le scale: c'era mio marito appeso. Ho provato a tagliare quella corda con il coltello da cucina ma lui era 90 chili e non ce l'ho fatta. Lì è finito tutto». «Siamo stati insieme sempre, eravamo l'uno per l'altra - ha anche detto -, e lì su quelle scale la mia vita è finita con la sua. Domani sono 50 mesi che mio marito non c'è più. Io ho con me le sue ceneri e sono stata chiusa in camera con le sue ceneri per nove mesi. L'unica cosa che mi lega a questo mondo è mia mamma, che ha 95 anni, siamo io e lei sole».

Ultimo aggiornamento: 17:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA