La rivoluzione della terza età: «Anziani solo dopo i 75 anni»

di Matteo Collura
3 Minuti di Lettura
Venerdì 30 Novembre 2018, 23:39

Finalmente. Ora la smetteranno di dirmi che non li dimostro i miei 73 anni. Il Congresso nazionale della società italiana di gerontologia e geriatria ha certificato che, oggi, nel fisico e nella mente uno della mia età corrisponde a un cinquantacinquenne del 1980 (anche qualcosa in meno ad essere fiscali). I conti tornano.

I conti tornano, se si pensa che il protagonista di “Senilità”, il celebre romanzo di Italo Svevo apparso nel 1898, ha 35 anni. Quando ero bambino, i vecchi erano individui considerati tali dopo i 45 anni. Erano portatori di una cultura ottocentesca che li allontanava da qualunque cosa avesse sapore di progresso, di conquista tecnologica. Parlavano di guerre mondiali, della prima e della seconda. Quando chi scrive questo articolo è venuto al mondo (1945), non in tutte le case vi era il telefono, e la televisione sarebbe arrivata dieci anni dopo. Oggi, in Italia, uomini e donne della mia età usano computer, tablet, smartphone, fanno acquisti on line, e viaggiano per il mondo come una volta soltanto gli anziani più intraprendenti del nord Europa erano soliti fare. Conservo un appunto di Vitaliano Brancati, l’autore del “Bell’Antonio”, morto a soli 47 anni (ma allora, nel 1954, sarebbe stato da considerare un settantacinquenne): “Mi accadde, poco tempo fa, di scrivere sull’ ‘Omnibus’ di Longanesi una ‘Lettera al direttore’ nella quale scherzavo sul fatto di avere compiuto trent’anni. Non l’avessi mai fatto! Eccomi nella condizione di scherzare, se ne ho voglia, sul fatto che sto per compierne quaranta!” Luigi Pirandello aveva 58 anni quando, nel 1925, per la prima volta incontrò Marta Abba, la donna che sarebbe diventata la vera compagna della sua vita.

L’attrice, per sua stessa confessione, senza nulla conoscere di lui, non lo avrebbe degnato di uno sguardo, tanto mostrava di essere vecchio. Quel che i geriatri dicono è facilmente riscontrabile. I maggiori frequentatori di cinema, teatri, auditorium musicali sono coloro che al tempo di Marcello Marchesi venivano definiti “signori di mezza età”. E così è per le spiagge in estate e le montagne in inverno. Questo restar giovani di individui che un tempo non troppo lontano sarebbero stati considerati alla fine del loro percorso, ha considerevoli ripercussioni economiche. Dall’inizio del 1900 l’esistenza si è allungata di una ventina di anni. Si pensi, dunque, alle pensioni statali e del settore privato. Se l’aspettativa di vita per le donne è di 85 anni e per gli uomini di 83, e considerato che di anno in anno essa si sposta più in avanti, il rapporto tra i lavoratori attivi e quelli a riposo è destinato a far saltare il sistema. La politica arriva pericolosamente in ritardo su fenomeni sociali che gli analisti individuano ben prima che essi compiutamente si manifestino. Tuttavia, pur rappresentando un problema per gli aspetti pensionistici, è giusto dire che siamo noi “giovani anziani” a tenere in piedi la baracca. Siamo noi a spendere per godere del tempo libero, siamo noi a far girare l’economia. E siamo noi il vero welfare state, considerato che i nostri figli e, peggio, i nostri nipoti, hanno una minima parte delle opportunità di lavoro che noi – ai tempi nostri – abbiamo avuto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA