Andrea Bonafede scarica Messina Denaro, già pentito il prestanome del boss: «La casa dove era nascosto comprata con i suoi soldi»

Quelle vite parallele, un’amicizia nata in gioventù. Vertice a Palermo: «Scavare a fondo sulla rete che ha protetto il latitante»

Andrea Bonafede, chi è il vero prestanome di Matteo Messina Denaro: il rapporto con il boss (fin da ragazzo) e la casa acquistata con i suoi soldi
di Riccardo Lo Verso
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Martedì 17 Gennaio 2023, 18:27 - Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio, 00:07

C’è un altro covo. O meglio il vero covo, la roccaforte di Matteo Messina Denaro, il luogo dove il capomafia custodirebbe documenti e segreti. La chiave per arrivarci è Andrea Bonafede, l’uomo che al latitante ha prestato la propria identità. Ha fatto delle ammissioni ai magistrati. Un’apertura importante, ancora non totale e non definitiva, che però traccia la strada.  La sua vita è scivolata via per anni parallela a quella del boss. Hanno vissuto fianco a fianco nelle piccole e grandi faccende quotidiane, nella salute e nella malattia. Significa che c’è molto di più della sola carta d’identità con le sue generalità da geometra con la quale il latitante ha fatto accesso in cliniche e ospedali per curarsi. Bonafede, cognome da sempre sinonimo di potere mafioso in provincia di Trapani, messo alle strette dal procuratore Maurizio de Lucia e dell’aggiunto Paolo Guido della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ha confessato di conoscere da tempo l’ormai ex latitante. È vero, ha detto, la casa di vicolo San Vito è a lui intestata (fatto che non poteva negare), ma ha aggiunto una circostanza che complica la sua posizione. I soldi per comprarla glieli ha dati Matteo Messina Denaro. Sono circa 15 mila euro con cui lo scorso maggio, in concomitanza con il secondo intervento chirurgico eseguito alla clinica La Maddalena di Palermo, è stata perfezionata la compravendita. Questo conferma che il latitante ha comunque disponibilità di soldi in contanti. 

Andrea Bonafede, ammissioni a singhiozzo

Bonafede ha fatto altre ammissioni. Dice e non dice. Sembra volere fare un passo in avanti e subito dopo uno indietro. Basta scorrere i reati che gli vengono contestati per capire che non è stato un semplice uomo di fiducia. Oltre alla procurata inosservanza di pena pluriaggravata (e cioè la pioggia di ergastoli definitivi che macchiano in maniera indelebile la fedina penale di Messina Denaro), al geometra di 59 anni viene contestata l’associazione mafiosa. 

La sua conoscenza con Messina Denaro risale al periodo della giovinezza, ma è di recente che i loro rapporti si sono rinsaldati per fare uno scatto di qualità. La carta d’identità era valida per altri tre anni con scadenza il 23 ottobre del 2026. Messina Denaro ha usato il documento per accedere alla clinica palermitana e non solo. Sono almeno due anni che il capomafia se ne va in giro per strutture sanitarie pubbliche e private. Nella casa di Campobello di Mazara è stato trovato uno scatolone con una sfilza di referti di esami specialistici e di laboratorio che non riguardano solo le gravi patologie epatiche per cui è stato prima operato e poi sottoposto alla chemioterapia. Ad esempio, ci sono i documenti per i suoi cronici problemi alla vista. Nessun medico si è accorto di nulla? Gli investigatori non ci credono, tanto che sarebbe già stato iscritto nel registro degli indagati un oncologo trapanese. 

 

Il vertice

Della rete che ha protetto il latitante si è discusso nel corso di un vertice al palazzo di giustizia di Palermo. «Abbiamo condiviso le informazioni e progettato il lavoro che ora andrà fatto – ha spiegato il capo della Dna Giovanni Melillo –. Faremo una riunione di coordinamento per far confluire il patrimonio investigativo raccolto e metterlo a disposizione degli uffici che a vario titolo si occupano di Messina Denaro».
Chissà che non vi confluiscano presto, nel patrimonio investigativo, le dichiarazioni di Bonafede che sarebbe stato l’angelo custode del super boss di Castelvetrano in tante altre trasferte sanitarie. A volte si muovevano con la Fiat Bravo bianca a bordo della quale, lunedì mattina, sono giunti a Palermo. Di auto ne avevano a disposizione un’altra, una Alfa 164, la cui chiave è stata ritrovata nel borsello del boss al momento dell’arresto. Dal codice identificativo i militari del Ros sono risaliti alla targa. Il resto lo ha fatto il sistema “Mille occhi”. Inserendo i dati si può sapere quando un’auto è passata nel raggio di azione di una telecamera di sicurezza. I carabinieri sono così arrivati alla casa intestata a Bonafede, che poi ha ammesso la storia dei 15 mila euro. 
Corsi e ricorsi storici, persino nella passione per le auto. Era sul frontale di un’Alfa 164 che Matteo Messina Denaro, raccontarono i collaboratori di giustizia, voleva piazzare dei mitra. 

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