Mario Tozzi: «Rischio sottovalutato, è ora di spostare le case dagli argini dei fiumi»

Mario Tozzi: «Rischio sottovalutato, è ora di spostare le case dagli argini dei fiumi»
di Federica Zaniboni
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Venerdì 16 Settembre 2022, 22:39 - Ultimo aggiornamento: 17 Settembre, 01:57

«L’alluvione non è come un terremoto, che fa crollare tutto. In questo caso parliamo di edifici realizzati proprio nel posto sbagliato». Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, non ha dubbi: «Con i cambiamenti climatici, il territorio andrebbe pianificato. Ma questo, negli anni scorsi, non è mai stato fatto».

E la catastrofe che giovedì sera ha colpito le Marche - con il tragico bilancio, al momento, di dieci vittime e quattro dispersi – non si è potuta evitare. 


Tozzi, secondo lei quanto influisce la pianificazione urbanistica del territorio su un evento di questo tipo? 
«Tutto ciò che si trova al di fuori dei centri storici è stato costruito in tempi recenti ed è pericoloso. L’ultima alluvione ha colpito anche le città, ma di certo ci sono zone in cui non si è tenuto conto delle buone regole». 


Quindi quali sono le aree più a rischio? 
«L’uomo ha conquistato tutto, compreso il territorio del fiume. Chi crede che il fiume sia soltanto dove scorre l’acqua, fa un errore». 


Ci faccia capire meglio: cosa intende di preciso? 
«In questi giorni abbiamo visto le immagini di case costruite addirittura dentro al letto del fiume. Immagini davvero impressionanti». 


Con i cambiamenti climatici è effettivamente aumentato il rischio di fenomeni atmosferici tanto distruttivi in relazione all’edilizia? 
«Questo tipo di tecnica urbanistica non reggeva nemmeno prima. Adesso, chiaramente, la situazione è peggiorata. Dai posti pericolosi, come i fiumi, ci si deve spostare e questo non è mai accaduto». 


Perché, pur sapendo ciò a cui si andava incontro, in passato non è stato fatto nulla per rimediare? 
«La prima alluvione di questo tipo risale al 1996, aveva colpito la Versilia. Già allora si sapeva. Non si è fatto niente perché ci sono gli interessi di chi amministra i territori. In tutto questo tempo, nessun Comune ha mai detto basta a questo metodo disastroso. Ci si è semplicemente limitati a continuare a costruire in zone così pericolose». 


Adesso cosa si potrebbe fare, da questo punto di vista, per evitare che si ripeta una tragedia del genere? 
«Un passo indietro. Sia fisico che metaforico». 


In che senso? 
«Bisogna levarsi dalle zone pericolose: più ci si sposta, meglio è. Ci sono aree in cui sarebbe opportuno fermare tutto. E, dove è già stato costruito, si dovrebbe indurre le persone a spostarsi altrove. I fiumi, inoltre, vanno lasciati liberi, senza che venga realizzata alcuna opera di difesa». 


Perché non andrebbe fatto? 
«Davanti ad argini e briglie i corsi d’acqua possono essere più violenti e alla fine non ci si difende affatto. Più si lasciano liberi i fiumi, meno danni fanno».


A questo punto cosa si potrebbe fare per evitare di trovarci nuovamente di fronte a tragedie come quella che stiamo vivendo oggi? 
«Si dovrebbe prendere una decisione: dove è possibile, il territorio va rinaturalizzato. Bisognerebbe, cioè, cercare di rendere il più naturali possibili i boschi, i torrenti e tutti quei cuscinetti di resilienza». 


Ci sono territori più pericolosi di altri? Esistono aree in cui può apparire più probabile il ripetersi ciò che è accaduto nelle Marche? 
«Ormai tutte le regioni italiane presentano un rischio di questo tipo. Non necessariamente di un disastro come quello di due giorni fa, ma il pericolo è ovunque. Vi è la possibilità di un’alluvione nelle Marche, in Abruzzo, nel Molise adriatico, in Veneto. E poi da Garfagnana al Massiccio del Pollino, fino in Sicilia. In queste zone il rischio idrogeologico è del 50 per cento». 


A cosa sono dovute queste alluvioni? 
«Vengono alimentate da grandi celle temporalesche che, invece di esaurirsi, si rigenerano a causa dell’elevata energia termica presente nell’atmosfera. Effetto dei cambiamenti climatici, certo». 


In sostanza, quindi, è possibile attribuire la colpa di tutto questo a qualcuno? 
«È sempre una responsabilità dell’uomo. Il cambiamento climatico dipende da noi, così come l’assalto ai territori che dovrebbero essere invece tutelati. C’è chi cerca di incolpare il pianeta stesso o il sole, perché l’uomo non vuole sentirsi dire la verità. A noi non piace sentirci responsabili». 
 

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