I dilettanti della pepita: in Italia scoppia la febbre dell'oro

Venerdì 7 Novembre 2014 di Carlo Mercuri
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Sono un esercito di «almeno cinquecento persone», i nuovi cercatori d’oro italiani. Li si può vedere, con gli stivaloni a mezza gamba e armati di pala e batea, la tipica padella-setaccio, chini sui corsi d’acqua di mezzo Settentrione, tra Piemonte e Lombardia, «soprattutto nei fine settimana», dice il geologo Giuseppe Pipino.



«Sono come i cercatori di funghi, sanno dove sono i punti più “produttivi” dei fiumi. Conosco uno che viveva di questo; fino a poco tempo fa lo faceva tutti i giorni», aggiunge Pierpaolo Luongo, guida ambientale.



«È una nuova febbre dell’oro. Invece che il “gratta e vinci” imperversa lo “scava e trova”», dice il geologo Giorgio Bogni, medaglia d’argento ai campionati del mondo dei cercatori d’oro nel 2013, nel Biellese.

A metà ottobre un’associazione naturalistica milanese ha organizzato un’escursione didattica lungo il Ticino, per insegnare le tecniche di ricerca dell’oro: «Nonostante la brutta giornata abbiamo contato decine di partecipanti, arrivati anche dalla Svizzera», dice Luongo.



NON SOLO HOBBY

La nuova corsa all’oro si spiega anche con l’onda lunga della crisi. Tra i cercatori non ci sono solo persone che lo fanno per hobby ma pensionati che “arrotondano” l’assegno mensile e disoccupati che trovano il modo di guadagnare qualcosa. Il prezzo dell’oro è di circa 35 euro al grammo e in una giornata “media” di lavoro si può arrivare a tirarne su un paio di grammi. «Ma non si può parlare di lavoro sistematico», precisa il geologo Pipino, napoletano trapiantato nell’Alessandrino e fondatore, a Ovada, del museo dell’oro, unico in Italia.



«Nell’immediato dopoguerra fare il cercatore d’oro era ancora conveniente - continua - Un grammo d’oro costava 1.000 lire e la paga giornaliera di un operaio era di 100 lire. Oggi la paga quotidiana di un minatore è di circa 200 euro e in un giorno medio di lavoro si estraggono due grammi d’oro, circa 70 euro. Non conviene. Prima del 1960 un cercatore che raccoglieva anche solo un decimo di grammo di oro aveva guadagnato la giornata. Oggi bisognerebbe essere un garimpeiro brasiliano, pagato 20 euro al giorno, per fare il cercatore d’oro professionista».



IL GIACIMENTO

«Nelle viscere del Monte Rosa c’è un giacimento d’oro di 20 chilometri quadrati, superiore ai più ricchi giacimenti del mondo, quelli del Transvaal in Sud Africa», dice la naturalista Rita Schiavo. Nessuno in Italia pensa di sfruttare questa immensa ricchezza naturale. O, per meglio dire, ci si è pensato, ma fino agli anni Sessanta. In tutta la Valle Anzasca, intorno a Macugnaga, ai piedi del Monte Rosa, era un fiorire di miniere. Ma oggi anche questa attività non conviene più. Troppo alti i costi degli impianti per lo scavo e notevoli i rischi ambientali (la lisciviazione dell’oro si fa con il cianuro, elemento altamente inquinante).



NUOVI MATERIALI

Tuttavia, proprio come con i cercatori fluviali, anche il settore industriale dell’estrazione aurifera sta cominciando a dare cenni di risveglio. In questo settore ci si sta muovendo con grande discrezione, per non urtare gli ambientalisti. Si studia l’impiego di materiali eco-compatibili e si cerca il modo di sviluppare sistemi di trattamento dell’oro senza l’utilizzo di aggressive componenti chimiche. La miniera maggiormente indiziata di tornare in attività è quella di Pestarena, a Macugnaga, chiusa nel 1961 dopo un incidente che causò quattro morti.



NEL DNA

«L’Italia, negli anni 1840-1850, era il secondo produttore d’oro europeo dopo la Russia», rivela Pipino. Qualcosa deve essere rimasto nel sangue degli italiani se è vero come è vero che siamo ancora tra i più abili “lavatori” di sabbie aurifere del pianeta. Giova ricordare che in Italia si sono svolti due campionati del mondo per cercatori d’oro, uno a Ovada negli anni 80 e uno in provincia di Biella, l’anno scorso. E nel 2011 la squadra azzurra si è laureata campione del mondo nientemeno che in Sudafrica, “santuario” internazionale della ricerca dell’oro.



IL DIVIETO

Si sta producendo tuttavia negli ultimi mesi uno strano cortocircuito, a livello di Istituzioni. Lasciamo che lo spieghi lo stesso Pipino: «Nei giorni scorsi - racconta il geologo - siamo venuti a conoscenza del fatto che il fiume Orba, in cui operiamo, è stato dichiarato “Sic” (Sito di importanza comunitaria). E in un sito di importanza comunitaria è proibito portar via qualsiasi materiale, quindi anche l’oro. Anche in altri bacini fluviali, nel Ticino, nell’Adda, nell’Orco, nell’Elvo e nel Cervo sono stati istituiti parchi naturali. I signori che li hanno creati hanno probabilmente pensato di fare una cosa giusta, salvaguardando la natura; in realtà hanno bellamente ignorato le tradizioni locali di raccolta dell’oro, che risalgono a più di duemila anni fa. Abbiamo fatto notare l’incongruenza. Non si salvano così le caratteristche di un territorio». Ultimo aggiornamento: 13 Novembre, 20:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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