CORONAVIRUS

Coronavirus, rettore Università L'Aquila: «Cauti su fine virus, ma ripartiamo in presenza»

Venerdì 5 Giugno 2020 di Stefano Dascoli

L'AQUILA - Stop alla teledidattica. O meglio: l’Università riparte anche in teledidattica, ma soprattutto cercando di ristabilire presenza, relazioni, contatti. Tra tutte le componenti. Lo assicura il rettore, Edoardo Alesse, che è pronto a presentare un piano specifico. Che parte, però, dal “rispetto” assoluto per l’epidemia, dai rischi ancora connessi, dalla necessità di responsabilità.

Rettore, è vero che il coronavirus, come dice qualcuno, è finito?
«Mi sembra azzardato. Abbiamo parlato finora di un microrganistmo che ha terrorizzato il mondo e non è possibile che da un giorno all’altro non esista più. Lo conosciamo poco, non sappiamo qual è il suo impatto sul sistema immunitario, non abbiamo farmaci adeguati per trattarlo. Sarei cauto. Questa è la chiave di cui mi avvalgo nel governare l’andamento dell’Ateneo e nel programmare la ripartenza».
 

Cosa hanno rappresentato questi mesi per l’Ateneo?
«Abbiamo provato un’esperienza surreale. In pochi giorni abbiamo dovuto far fronte a tutto ciò che era necessario per garantire la regolarità dell’anno accademico. In una settimana abbiamo messo in piedi il sistema di teledidattica che ha consentito di fare lezioni a distanza, esami, tesi di laurea, prese di servizio, sedute di senato accademico e Cda. Ora però credo che esistano le condizioni per andare oltre. Noi siamo fortemente motivati, nel rispetto delle norme di garanzie per contenere l’epidemia, a ripartire in presenza con alcune attività già da fine luglio, per poi proseguire a settembre».

In che modo?
«Immaginiamo di ripartire con la didattica in presenza per quasi tutti i corsi, eccetto quelli che, per le loro dimensioni, non consentiranno il distanziamento sociale adeguato. Immagineremo soluzioni alternative: orari differenti, alternanza presenza-teledidattica. I corsi di dimensioni contenute saranno invece svolti in presenza. Così come esami e tesi di laurea». Che sono stati fatti in teledidattica. Cosa ha pensato? «Sono rimasto un po’ sbigottito, non l’avrei mai immaginato. Alle prime tesi, in Informatica ed Economia, fui felice di dare il saluto per stigmatizzare la situazione. Fare le cose in teledidattica è molto più faticoso, ma è stata una scelta di responsabilità. Ringrazio il team che ce lo ha permesso».

Lei fu il primo a sostenere, a inizio epidemia, la necessità di inviare messaggi positivi, almeno dalle istituzioni.
«Quanto l’Università ha percepito la gravità del problema si è attivata e ha posto in atto tutto ciò che era necessario fare per garantire la salute. Ed è stata molto efficace. E’ vero, dissi che ci voleva un messaggio positivo in quel momento di preoccupazione. E’ altrettanto vero che il 4 marzo organizzai una conferenza all’aula magna con il virologo Maga proprio per far capire quale era la situazione. Poi capimmo che le cose stavano evolvendo in maniera preoccupante e repentinamente bloccammo le attività. Intendevo dire che bisognava essere responsabili: bloccando il flusso degli studenti abbiamo garantito al territorio una sorta di protezione».

Appunto, un territorio che è rimasto quasi “vergine”. Cosa comporterà?
«Si può immaginare un terreno fecondo per future infezioni, ma sarebbe possibile se conoscessimo bene il virus. Può darsi che si sia attenuato o scompaia del tutto, come può essere che continui a dare diffusione e recrudescenze. E’ tutto imprevedibile, lo dico da patologo generale che si occupa di immunologia. Non siamo in grado di fare previsioni di alcun tipo».

Che ruolo può recitare l’Università nella lotta al virus?
«L’Università può essere il volano dell’informazione diffusa e capillare nel prevenire atteggiamenti scorretti».

Intanto siete pronti per effettuare i test sierologici.
«Siamo in attesa delle certificazioni di rito, abbiamo già strumenti e kit. Inizieremo a utilizzare come campione il popolo dell’Università, cioè i dipendenti che si sottoporranno volontariamente».

A inizio epidemia c’è stata una dipendente che si è contagiata. Cosa ho provato in quel momento?
«Non ho avuto paura. In una città che ha un bacino di 70 mila abitanti, dove circolavano circa 20 mila persone che avevano relazioni con l’Università, non era immaginabile che non ci fosse un contagio. Non è stato sorprendente».

E’ ipotizzabile che il virus cambi anche il modo di fare ricerca, gli obiettivi e i programmi? Prima dell’epidemia si parlava di 5G, auto connessa…
«Intanto non abbiamo tralasciato nulla in questa fase. Continuiamo a fare application per i ranking e progetti di ricerca. Non ci siamo mai fermati. I nostri ricercatori, sebbene contingentati, sono presenti. Tra poco anche chi dovrà fare tesi rientrerà nei laboratori. Siamo fiduciosi per il futuro. Un’Università come questa, in cui sono presenti corsi professionalizzanti, non può esimersi dall’interagire con il tessuto produttivo. Non solo in ambito ingegneristico, ma anche in ambito sanitario, come con le aziende farmaceutiche. Dimostra l’importanza della terza missione». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA