CORONAVIRUS

#iononpossostareacasa.Fabio, infermiere 118:
«Abbiamo paura, ma andiamo avanti»

Giovedì 26 Marzo 2020 di Monica Riccio

“Oggi sono 36 giorni che non vedo mia madre, mio padre, mia sorella ma soprattutto mia nipote; grazie alla tecnologia ci sentiamo e ogni volta che sento mia madre che mi dice “mi raccomando a mamma, stai attento” per me è uno strazio, sapere che mia madre è preoccupata, è in ansia, perché suo figlio è in trincea”.

Fabio ha 40 anni, non è sposato, vive a Orvieto, lavora in un grande ospedale di Roma, è un infermiere del 118 da 13 anni. Fabio è semplicemente uno dei tanti che in questo periodo in cui dobbiamo stare a casa, non può stare a casa. Non può farlo perché il suo lavoro è assistere chi sta male, il suo lavoro è affiancare i colleghi e tutti insieme cercare di fare meglio del nemico: il Coronavirus.
“In 13 anni non ho mai visto una cosa del genere – dice anche un po' commosso – niente spavento da parte della popolazione, e niente stanchezza negli occhi dei colleghi.”

Fabio inizia il proprio turno alle 8 “e se ti dice bene si termina alle 20, ma se arriva la chiamata del caso sospetto di Covid-19 in prossimità del fine turno – spiega - può accadere di finire anche alle 22-23. Il nostro lavoro consiste nell'attendere la chiamata da parte della centrale operativa e in base al tipo di richiesta di soccorso si agisce di conseguenza. In questo periodo ad ogni squillo di telefono corrisponde una tachicardia che ci spacca il cuore, ma dobbiamo andare avanti, vogliamo andare avanti. Si ha 'un sospiro di sollievo' quando l’operatore che ti gira la chiamata di soccorso non parla di febbre.”

Fabio e tutti gli altri certamente hanno paura, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ma è troppo importante farsi trovare pronti e allora la paura si trasforma di forza, qualche volta più, qualche volta meno, ma l'attenzione alle precauzioni è sempre al massimo. “Fortunatamente la nostra azienda non ci lascia soli – spiega Fabio - e ci mette a disposizione tutti i dispositivi di sicurezza per fronteggiare questo virus. Ma nonostante la mascherina, gli occhiali di protezione e la tuta “indossiamo” anche tanta paura. Inutile far finta di non averne – racconta – quello che conta è riuscire ad affrontare tutto con la tranquillità necessaria per il bene del paziente (che mai deve sentirsi a disagio) e per la nostra sicurezza.”

Loro, però, da soli non bastano. “Per poter fare ancora meglio il nostro lavoro e uscire tutti il prima possibile da questa situazione – spiega - servirebbe più collaborazione da parte di tutti i cittadini: è fondamentale rispettare le raccomandazioni di igiene, ma soprattutto è importantissimo restare a casa, solo così riusciremo a sconfiggerlo.”

“La cosa che mi fa più male – dice - è che l'Italia non sa che noi siamo in 'trincea' 365 giorni l'anno. Abbiamo una carenza di personale non indifferente, lavoriamo su turni massacranti spesso con pochi presidi, ma lavoriamo sempre, tutto l'anno, ogni giorno della nostra vita, per il bene di tutti. Non è solo Coronavirus, è infarto, è ictus, è terremoti, è parto in corso, è incidente, è alluvione, è vita, è morte, noi ci siamo. Ma non siamo eroi, non chiamateci eroi, siamo solo infermieri e questa è la nostra vita, la nostra missione. Eroi, se proprio vogliamo usare questa parola, in questo momento, sono tutti coloro che fanno responsabilmente il proprio dovere. Anche stare a casa e evitare la diffusione del contagio è un dovere.”
 

Ultimo aggiornamento: 10:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA

LE VOCI DEL MESSAGGERO

Roma deserta, i controlli e la storia di Marta abbandonata in strada dai vigili (come in una favola)

di Pietro Piovani