ROMA

Quei busti sul Gianicolo, che raccontano la storia dell'Unità d'Italia

Giovedì 19 Marzo 2020 di Valeria Arnaldi

Lo sguardo fiero. La posa perlopiù severa a simboleggiare la forza dell’ideale, la determinazione. Il volto definito ad arte. Il nome ben evidenziato, ma spesso non visto, o meglio non guardato. Sono tante le storie raccontate dai busti di Roma. Al Pincio, sono celebrati artisti, letterati e scienziati, personalità note, da Orazio a Raffaello, da Santa Caterina da Siena a  Giacomo Puccini. Al Gianicolo sono ricordati i patrioti italiani  e stranieri che, nel periodo risorgimentale, hanno combattuto per l’Unità d’Italia.

Di busto in busto, a essere composta è la storia del Paese, dunque, anche attraverso la scelta dei suoi personaggi di riferimento, in una trama di vite più o meno note. Tra i primi busti collocati al Pincio, quello di Federico Cesi, duca di Acquasparta, realizzato nel 1849. Naturalista e scienziato, Cesi nel 1603 fondò l’Accademia dei Lincei con Johannes van Heeck, Francesco Stelluti, Anastasio De Filiis, e successivamente aprendola ad altre personalità, incluso, pochi anni dopo, Galileo Galilei. È stato proprio Cesi a coniare il termine “telescopio” per l’invenzione di Galilei. E sempre lui poi approvò la definizione “microscopio”, ideato da Giovanni Faber, nato Johann Schmidt, per l’invenzione galileiana. Nato a Roma, viveva a Palazzo Cesi-Gaddi, in via della Maschera d’Oro, che elesse a sede dell’Accademia appena istituita.

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Al Pincio, anche il busto di Angelo Secchi, astronomo. Accanto alla Casina Valadier, l’Osservatorio astronomico del Collegio Romano, di cui Secchi era direttore, collocò su sua richiesta la “mira” per la definizione del Meridiano di Roma, primo Meridiano d’Italia. Questa, prima composta con una scacchiera in legno, poi in marmo incastonata in una colonna con un foro, alla morte dell’astronomo, avvenuta nel 1878, divenne il piedistallo per il suo busto. Adottata nell’Ottocento per la Cartografia d’Italia, la mira è ancora funzionante.
Ad essere celebrata è anche la musica. Tra i volti, quello di Guido monaco, noto come Guido d’Arezzo, monaco benedettino vissuto nel X secolo, ritenuto l’ideatore della notazione musicale moderna. Teorico musicale e insegnante, usando le sillabe iniziali dell’inno a San Giovanni Battista di Paolo Diacono, di fatto “battezzò” le note: Ut - sostituto con “Do” nel Cinquecento su proposta di Giovanni Battista Doni - Re, Mi, Fa, Sol, La, Si. Modificò il modo di scrivere la musica, definendo la posizione delle note su tetragramma, poi mutato in pentagramma nel Trecento da Ugolino da Orvieto.

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Nel parco, il busto di Salvatore Greco dei Chiaramonte, marchese di Valdina, schermidore e patriota garibaldino. Maestro d’armi, insegnava ai volontari a duellare con la spada ma anche con armi da fuoco. Fu al fianco di Garibaldi in molte battaglie. Nato a Mineo, si stabilì poi a Roma, dove rilevò la Sala d'Armi di Gaetano Emanuele, marchese di Villabianca, in via del Seminario, per fondare la propria, ancora oggi attiva. 
Sono storie di patrioti a susseguirsi al Gianicolo. Tra i tanti visi maschili, si fa notare quello di Colomba Antonietti, giovane moglie del conte Luigi Porzi, cadetto delle truppe pontificie. Per stare accanto al marito, sposato in segreto per la differenza di ceto, quando questi aderì alla Repubblica Romana Colomba arrivò a tagliarsi i capelli, travestirsi da uomo e combattere. Dopo varie battaglie, morì il 13 giugno 1849, colpita da una palla di cannone, nel corso dell’assedio di Porta San Pancrazio. Garibaldi celebrò il suo eroismo anche nelle sue memorie, ricordando lo strazio di Porzi. Colomba aveva poco più di vent’anni.

John Whitehead Peard, avvocato e militare britannico, nel 1859 partì per l’Italia per combattere con Garibaldi. 
Non gli fu consentito per “limiti d’età”. Aveva 48 anni. Questo non lo fece desistere. Si presentò a Cavour, confermando il suo desiderio di combattere. Aveva le proprie armi e non necessitava di alcuna paga, assicurò. Non chiedeva titoli o riconoscimenti. Neanche il grado militare. Voleva solo combattere per l’ideale. Diventò noto come “l'inglese di Garibaldi”. Ottenne comunque un trattamento speciale. Per caso, però. Somigliava a Garibaldi e, quindi, spesso, la gente lo acclamava in strada, scambiandolo per il condottiero.  Anche al Gianicolo figurano artisti e scienziati. Il pittore Eugenio Agneni, cui papa Pio IX commissionò affreschi al Quirinale, nel 1849 entrò nell’esercito della Repubblica Romana. Trasferitosi poi in Francia e successivamente a Londra, mise a frutto il suo talento. Tra i suoi lavori sono registrati interventi in alcune sale del Louvre e nelle stanze della Regina a Buckingham Palace.

In battaglia pure il matematico e fisico Quirico Filopanti, "professore dell'infinito" come lo chiamò Garibaldi, che lo ha avuto al suo fianco anche nel tentativo di conquistare Roma. Filopanti progettò una bonifica dell’Agro romano, poi bocciata per questioni politiche. Fu il primo a proporre i fusi orari.
 

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