ATAC

Atac, la beffa dei bus israeliani
promessi e fermi in garage

Giovedì 27 Giugno 2019 di Simone Canettieri
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Atac, la beffa dei bus israeliani
promessi e fermi in garage
Con fare ciclico e riflesso pavloviano, davanti alla storia surreale dei 78 autobus israeliani prigionieri di un inghippo burocratico che solo in un romanzo russo, Virginia Raggi si affaccia su Facebook per intimare a tutti che «chi ha sbagliato pagherà».

Ma la ricerca del colpevole, o capro espiatorio, dopo un tour tra Tel Aviv, Monaco e Lussemburgo alla fine, gira che ti rigira, porta a Roma, fa un balzo dalle parti del ministero di Danilo Toninelli, ritorna in Europa, e ricade in Campidoglio. Puf. Solo qui, d’altronde, la più grande municipalizzata europea dei trasporti ha un flotta di mezzi pubblici così sgangherata e vecchia da farsi venire un’idea di questo tipo: visto che i nuovi mezzi ordinati tardano ad arrivare (ce ne sono 50 richiesti da Raggi e fermi a Bologna) perché non ne noleggiamo una settantina, tutti usati da almeno cinque anni, a Tel Aviv? E così sembra già di vederli gli emissari della società comunale che lo scorso gennaio vanno in missione in Israele. «Aò, questi me sembrano buoni, che facciamo procediamo?». Ma questo, appunto, è solo l’inizio di una vicenda degna di Un giorno in pretura. Al momento di concludere l’affare, ai tecnici di Atac sfugge un particolare: gli autobus provenienti da un Paese extra Ue per essere immatricolati in Italia devono girare come Euro 6, ma questi sono tutti Euro 5.

L’azienda Basco, che cura l’operazione, rassicura gli animi già in tempesta: «Gli autobus non sono israeliani ma svedesi, in quanto Volvo euro 3». E dunque? Avanti tutta. Gran parte dei bus arriva a Salerno e lì viene testata nel Centro prova autoveicoli di Napoli, dove viene presentata la richiesta di immatricolazione per i primi 11 veicoli sbarcati. E in un primo momento, spiega il legale della ditta, l’autorizzazione viene accordata. I mezzi vengono nazionalizzati in Italia, senza che emergano particolari problemi. Poi però, inspiegabilmente, arriva dal ministero delle Infrastrutture la revoca della procedura. «Oh, no!».

I RICORSI
Parte, ci mancherebbe, il ricorso al Tar da parte dell’azienda che ha firmato l’accordo con Atac. Ma nel frattempo cosa succede? Si batte la pista tedesca. Come raccontato dai legali della ditta Basco, auditi ieri nella commissione capitolina sulla trasparenza, alla fine viene consigliato di andare in Germania per questa benedetta immatricolazione. Partono i primi undici bestioni sopra a una bisarca. Il viaggio della speranza. Una volta rientrati da Monaco di Baviera, gli 11 bus dovrebbero andare a Pescara per un collaudo e l’ulteriore passaggio di nazionalizzazione in Italia ma arriva l’intervento del ministero di Danilo Toninelli. Che blocca tutto. Ora, visti i contorni e i protagonisti si potrebbe pensare a una faida tra M5S. Ma non è così: «Macché - rispondo dal Mit - ci siamo dovuti fermare per rispettare una sentenza della Corte europea in materia di mezzi inquinanti». E Toninelli dunque scrive alla Ue per capire come comportarsi con questi autobus prodotti in Svezia, girati a Tel Aviv e con velleità capitoline. «Si tratta - continuano ancora dal dicastero di Porta Pia - di una questione burocratica legata ai trattati europei in materia di emissioni, in mancanza di una direttiva chiara, abbiamo bloccato tutto». 
E pensare che nel frattempo, un torpedone, fortunatissimo era riuscito anche a strappare il tagliandino magico in un centro della Capitale. Carta straccia. Davanti a questo caos, l’Atac ha bloccato il contratto di usufrutto oneroso siglato per il noleggio: riprendendosi i primi i 500mila euro investiti. Magari chiederà i danni. Ma a chi: all’Europa, al ministero di Toninelli, all’azienda italiana, a quella israeliana? Smarrito il buon senso, rimane tutto nelle mani degli avvocati e dei tribunali. E gli autobus? Si trovano in una rimessa di Guidonia, verniciati, puliti con le macchine per obliterare i biglietti che nessuno può fare. Fermi. Ma con gli ammortizzatori vogliosi di sfidare le buche di Roma. Desideri rimasti nel cambio, o al massimo nella frizione. Perché, appunto, per il momento, si va a piedi e con passi ben distesi. «Ma chi ha sbagliato pagherà», assicura Raggi per l’ennesima volta alla ricerca del Malaussène di turno, del grande colpevole. Ma a volte il mondo è più piccolo di quanto si pensi.
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